Succede spesso, coi grandi eventi, che più ti avvicini alla fine, più aumenta la nostalgia. CheFuturo! è arrivato a Londra con una tesi: lo sport non è solo risultati, numeri e medaglie, è anche – e per certi versi soprattutto – quello che c’è dietro le quinte. Lo stesso Usain Bolt è una macchina perfetta, e le sue gare uno show tecnologico: quella pista, made in Italy oltretutto. Quelle scarpe così leggere – e la leggerezza è il nuovo trend anche per l’abbinamento con la green economy nemica della pesantezza. E ancora, l’alimentazione, il cronometraggio, tutto…
Avremmo storie per tanti giorni ancora, storie di tecnologia e non solo. Storie di un futuro ormai prossimo dove la natura stessa dei Giochi che radunano in una città il meglio del mondo ha dimostrato e ribadito che non c’è nessuna tecnologia interessante se non innervata (come i social network) sulle antiche e sempiterne regole delle relazioni umane.
Un anticipo ce lo ha fornito Oscar Pistorius, l’atleta disabile sudafricano che a Londra ha esordito ai Giochi, e che a Londra tornerà, dopo essersi ritemprato e allenato in Italia a Gemone del Friuli, per le Paralimpiadi che cominceranno il 29 agosto. Certo, ci sono altri disabili che hanno partecipato ai Giochi, come la nuotatrice sudafricana Nathalie Du Toitt. Ma il caso di Oscar è diverso.
Quando era ancora bambino, un medico riscontrò in lui una disfunzione e consigliò ai suoi genitori un’amputazione di tipo più emotivo che terapeutico. Una dura scelta per far crescere il bambino senza rimpianti nella piena consapevolezza delle proprie potenzialità. Oggi, infatti, Oscar dice che ”non sei disabile per le tue disabilità, sei abile per quello che sai fare”. E in pista va con delle protesi, delle lamine in fibra di carbonio che ormai tutti chiamiamo blade runner.
Oscar ha partecipato ai Giochi dopo essersi qualificato sui 400 metri, ma qualche anno fa, quando si era avvicinato per la prima volta alle gare per normodotati (che terminologia astrusa e antica) fu addirittura bandito dalla IAAF. A Londra lo hanno applaudito allo stadio come un Bolt, più di un Bolt. Dopo il suo esordio ai Giochi, le vendite dei biglietti per le Paralimpiadi sono arrivate a risultati record. Eppure…
Eppure c’è anche chi non apprezza il coraggio di Oscar e chi nega l’evidenza di una doppia amputazione e lo vorrebbe fuori dalle gare. Il pregiudizio più radicato riguarda le sue blade runner: rappresenterebbero un vantaggio che rendono la corsa più leggera, specie nel finale, e garantiscono a Oscar energia di ritorno esattamente quando, per gli altri, l’energia viene scaricata sulla pista. A essere sincero, ho parlato con dei tecnici a Budrio, il centro avanzato in Italia per la realizzazione di protesi di ogni tipo, e persino loro hanno avanzato qualche dubbio.
Forse un vantaggio, se è un vantaggio dover calzare delle protesi per presentarsi agli stessi blocchi di partenza di un altro atleta, c’è. Ma non è questo il punto. Il punto è chi non vuole vedere Pistorius ai Giochi e usa come argomentazione non risolutiva – e non convincente – il fatto che un domani potremmo vedere atleti volontariamente amputati. Come se le blade runner fossero un altro, evoluto e brutale tipo di doping. Ne abbiamo persino parlato qui.
È facile pensare di non poter inseguire il futuro se non siamo capaci di capire il presente. Oggi, Oscar Pistorius è l’ambasciatore di un mondo che non vediamo e che, ancora peggio, neghiamo. La disabilità è una patente sociale che vale come una condanna. Oscar è il riscatto, Oscar è la promessa di inclusione che finalmente facciamo insieme prendendo atto del fatto che ci troviamo di fronte a migliaia di nuovi disabili ogni anno. Infortuni sul lavoro e incidenti: le cause sono tante, e bisogna mettere nel conto anche espressioni come “stragi del sabato sera”.
Non possiamo perderli per strada, non possiamo perdere le loro famiglie. Lo sport è un primo recupero, persino una prima terapia, come codificata proprio qui a Stoke Mandeville, nel 1948, per dare un orizzonte ai reduci tornati mutilati dal fronte. Everyone’s invited, tutti possono partecipare. È uno degli slogan di Londra, non può essere un impegno che finisce con la chiusura dei Giochi.
Londra, 11 agosto 2012
LUCA CORSOLINI
