Dalla finestra della stanza d’albergo entra la morbida luce della mattina di Edimburgo. La pioggia leggera pulisce costantemente l’aria e, nei pochi momenti in cui spunta il sole, tutti i colori diventano accesi e limpidi, trasformando la pietra scura degli edifici e il verde delle piante in quadri suggestivi.
Poco distante da me, Joel si gira nel suo letto, nascondendo la testa sotto il cuscino. Io e Joel siamo compagni di stanza da un paio di giorni. Stiamo partecipando in qualità di Fellow a TEDGlobal 2012, l’edizione di TED che ogni anno esce dagli Stati Uniti per riunire in diverse parti del mondo le visioni di alcune tra le più brillanti menti del pianeta.
Joel è un imprenditore. Produce automobili, in Africa. Automobili molto particolari: poco costose e robustissime, pensate per le strade dissestate e le condizioni atmosferiche estreme dell’Africa. Ma, soprattutto, automobili progettate per essere piattaforme per lo sviluppo di business sostenibili ed inclusivi: combinando personalizzazioni e modifiche si trasformano rapidamente in mezzi di soccorso o in scuolabus che evitano ai bambini di fare dozzine di chilometri a piedi ogni giorno per andare a scuola.
Poche stanze più in là, sullo stesso piano dell’albergo, Alex si prepara per raggiungere gli altri Fellow a colazione. Alex è un avvocato che lavora nelle prigioni africane. Si occupa di dare assistenza legale nel braccio della morte di istituti carcerari in situazioni difficilissime. Sono luoghi in cui la legge è molto differente da come la conosciamo noi, luoghi in cui le storie delle persone sono molto complicate. Là non è poi molto strano ritrovare incarcerata e in attesa di esecuzione una persona che pochi anni prima era il direttore dell’istituto. Là leggi, corruzione, violenza, tradizioni, mancanza di conoscenza e informazione si mescolano dando luogo a narrative struggenti, emozionanti e complicate.
E si potrebbe continuare con Bahia, che nelle notti del Cairo crea opere di street art capaci di portare messaggi di protesta, pace e speranza nel mezzo delle rivolte e delle violenze. O con Max, che ha trovato il modo di diagnosticare il Parkinson attraverso la voce, anche da una semplice chiamata al telefono cellulare. O tutti gli altri Fellow che, in questa e nelle precedenti edizioni di TED, hanno portato con sé le loro storie e le loro incredibili competenze.
A riunire in un solo luogo, tutti insieme, un gruppo così peculiare di persone succede succede qualcosa di straordinario: l’immersione in un flusso continuo di conversazioni ti trasporta in una strana condizione, quasi allucinatoria, in cui tutto sembra possibile.
Parlare, raccontarsi, ascoltare storie pazzesche di fotografi, scienziati, hacker, attivisti, professionisti, artisti, architetti. Briciole di impossibile che saltano fuori parlando del quotidiano. Storie di figli, famiglie e fidanzate che si intrecciano con problemi di rilevanza planetaria. Ci si racconta di quando si va a fare la spesa al supermercato e, allo stesso tempo, di come sia possibile sintetizzare in laboratorio sistemi biochimici in grado di riprodurre processi vitali che potrebbero cambiare lo scenario della medicina.
Questo stato di continua conversazione crea un ecosistema mentale potentissimo. La conversazione è una peculiare forma di pensiero interconnettivo: le idee prendono forma in uno spazio nuovo, che non è né dentro la propria testa, e nemmeno fuori, ma in mezzo: nella connessione tra i pensieri, le sensazioni e le emozioni delle persone che vi prendono parte. Questo è il segreto di TED. Questo è uno scenario di incredibile interesse nel tentativo di immaginare il futuro della cultura, della conoscenza, dell’università, del business.
Il biglietto di ingresso per le conferenze di TED costa migliaia di dollari. Eppure tutti i video dei talk dei partecipanti sono disponibili online, gratis. Cosa spinge, dunque, le persone a pagare somme così elevate per prendere parte a questi eventi? Durante lo svolgersi dell’evento i talk, intesi come “una persona che parla su un palco con tante persone che ascoltano dalla platea”, non costituiscono il “centro” dell’attenzione. Lo spazio dell’evento è costruito in maniera magistrale: dozzine di zone tranquille ospitano gruppi di sedie, tavolini, grandi cuscini su cui sdraiarsi, prese per l’elettricità per caricare laptop e tablet, banchi con caffè, tè e cose da mangiare, superfici bianche e pennarelli con cui disegnare e fare diagrammi.
Gli schermi del Simulcast sono ubiqui: da qui gli speaker, gli innovatori che da tutto il mondo arrivano per presentare le loro straordinarie attività raccontano i loro progetti. Sono solo pochi metri più in là: basterebbe alzarsi dal comodissimo beanbag, percorrere un breve corridoio ed accedere alla platea per vederli dal vivo, lì, di fronte a noi. Invece, moltissime persone decidono di rimanere lì, col loro portatile, negli spazi sociali, a sorseggiare tè, mandare qualche email, prendere appunti, e guardare “in TV” il talk in tempo reale, conversando a bassa voce con le persone che si hanno accanto.
Conversando. Il “centro” di TED è questo, la “conversazione”. L’idea di “conoscenza” a TED cambia radicalmente forma. I “professori”, gli esperti, gli innovatori, gli hacker, gli imprenditori sono dei catalizzatori, dei creatori di visioni, dei narratori di opportunità radicali e globali, dei facilitatori del pensiero. Attorno alla loro azione comunicativa si formano reti, network fatti di osservazioni, di spunti, di idee nate dal confronto tra persone di tutto il mondo che, conversando, fanno incontrare culture, visioni del mondo e sensibilità differenti.
Attorno alle storie e idee comunicate dal palco di TED si formano reti di conoscenza peer-to-peer in cui i saperi si creano in forma di rete. Rete tra persone, stimolate da visioni e vicissitudini straordinarie, capaci di avviare network di conversazioni. È interessante notare come questo rappresenti un processo ibrido, in cui il publishing incontra il design, la comunicazione, la politica, l’innovazione sociale e tecnologica.
Il publishing, l’editoria, qui diventa la chiave di volta per la trasformazione. Il prodotto editoriale – il video dei talk dei presentatori di TED – è gratuito, accessibile, condivisibile, usabile e ricontestualizzabile. Soprattutto, diventa un luogo di discussione e di creazione, scambio, trasformazione e diffusione di saperi. Un luogo “nomadico”, in perenne trasformazione, disseminato attraverso lo spazio della rete in cui le persone condividono, commentano e si riuniscono attorno ai video per cogliere visioni possibilistiche e per creare opportunità dalla condivisione di etiche, desideri e immaginari.
Il video (e in generale la “pubblicazione” in senso stretto) cessa di essere il “prodotto”, e tutta l’attenzione si sposta sulla rete che questo può generare. Immaginiamo un libro, bellissimo, interessante, coinvolgente e visionario. Immaginiamo di progettarlo in modo che garantisca una esperienza utente coinvolgente, generatrice di immaginari e di desiderio. Immaginiamo di distribuirlo gratuitamente e liberamente. E immaginiamo di costruire attorno a questo libro un intero ecosistema, per cui le persone possano leggerlo, aggiungervi i propri pensieri, interagire con i contributi di altri, collaborare con le altre persone che hanno trovato interessante l’argomento e la discussione per creare iniziative, imprese, azioni, innovazioni, saperi. L’ecosistema costruito dentro, fuori e attraverso il prodotto editoriale è il “modello di business” di TED.
Questa modalità genera molti tipi diversi di opportunità, tra cui la possibilità di creare un meta-brand, e di sistematizzare l’estendersi dell’esperienza e dell’ecosistema. TED, ad esempio, ha iniziato da circa 4 anni la costruzione sistematica del proprio meta-brand, ideando iniziative come TEDx, con cui le persone possono prendere parte all’ecosistema progettando e realizzando il proprio evento “TED”.
O comeTED-Ed, con cui raccogliere lezioni e contenuti didattici; o, ancora TED Books, micro-libri progettati per essere letti in poco tempo e per avviare discussioni su argomenti di rilevanza planetaria. Oppure il TED Open Translation Project, tramite cui chiunque può prendere parte ad un processo collaborativo di traduzione di tutto il materiale disponibile. O, ancora con il progetto dei TED Fellow, che fino ad oggi è stato capace di raccogliere centinaia di giovani innovatori per amplificare la portata dei loro progetti e delle loro visioni, raccogliere fondi, avviare startup e progetti collaborativi nelle scienze, nell’arte, nel design, nell’attivismo e nella solidarietà.
Un modello di business e di conoscenza post-crisi.
Tocca a me. Il talk precedente sta per finire. Abbiamo fatto le prove il giorno precedente, sotto la guida entusiasta di persone come Richard Mulholland, Sunny Bates e Tom Rielly, raccogliendo critiche e suggerimenti. Quattro minuti. È la durata dei talk presentati dai Fellow. Quattro minuti importantissimi, in cui comunicare in maniera minimale, efficace, stimolante, coinvolgente e suggestiva la propria idea, il proprio progetto, la propria visione del mondo.
Quattro minuti importantissimi, che determineranno il fatto che qualcuno si ricordi di te tra le mille facce di TED, incontrandoti nel prendere il tè o facendo la fila per la toilette. “Hey, great talk! We should discuss this some more!” Sentire queste parole a TED è musica, superata forse dalle parole “Your talk was very interesting! You really should talk to Mr. X. Let me introduce you!“
Ecco, il talk precedente è finito. Sul volto mi spunta un sorriso divertito, che celo a malapena: mi sento a casa. Sto per presentare il mio progetto, che sembra fatto apposta per TED: una serie di tecnologie che ti permettono di raccogliere in tempo reale tutto quello che le persone dicono pubblicamente sui social network riguardo temi di fondamentale importanza per il pianeta, come l’ecologia, l’energia, il lavoro, la cultura, l’economia, le guerre.
Milioni di persone con le loro lingue, le proprie convinzioni, le proprie prospettive. Milioni di persone che esprimono idee e comportamenti creativi, ed altre persone che le leggono, ci pensano e le migliorano, in un dialogo costante che attraversa il pianeta, 24 ore al giorno, 7 giorni la settimana. I nostri sistemi usano l’analisi di linguaggio naturale per comprendere e classificare questa enorme quantità di creatività e trasformarla in conoscenza utilizzabile per tutti gli altri cittadini del pianeta. Così da permetter loro di essere più consapevoli, attivi, di organizzarsi e coordinarsi verso visioni del futuro costruttive e positive. E, soprattutto, libere, peer-to-peer, tolleranti e nativamente multiculturali.
Mentre percorro i pochi passi che mi separano dalle luci del palco rivivo in un istante le conversazioni delle ore precedenti con gli altri Fellow, e le belle idee che si sono manifestate con naturalezza: opportunità di collaborare e di creare processi che potrebbero salvare vite, migliorare l’ambiente e le città, rendere la vita più semplice, bella e piena di significato. Mi affaccio e vedo la platea piena di facce sorridenti e piene di aspettativa. È l’ecosistema.
3:59. 3:58. 3:57…
Roma, 28 luglio 2012
ORIANA PERSICO E SALVATORE IACONESI
