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Valentina con l'aquilone

#S4Emilia | L’aquilone di Valentina: “Mamma ti ricordi il terremoto? Io no, l’ho già dimenticato”

A noi di CheFuturo! piacciono le storie. Ecco perché in questo spazio trovate i racconti di innovazione che ci sono arrivati direttamente dalla rete. Per raccontarci le vostre idee e progetti potete utilizzare la pagina "Raccontaci la tua Storia". Vi aspettiamo.

Sono le 6:36 quando, assonnato, controllo l’ora dall’iPad. Alle 6:50 c’è l’appuntamento al casello. La sveglia non ha suonato. Iniziamo bene. Mi butto giù dal letto, mi vesto, mi lavo, carico l’auto, torno su, corro, prendo Giacomo in braccio dormiente, saluto Sara, mi precipito sulle scale per infilarmi in auto il prima possibile e giungere puntuale all’appuntamento fuori dall’autostrada.

Ho addosso la borsa frigo, un bambino di sei anni, un telo che lo copre per proteggerlo dalla frizzante aria del mattino e una felpa a penzoloni. Corro, corro troppo, scendendo le scale con sicurezza. Quasi salto, pensieroso ma carico a mille: d’altronde la giornata davanti a noi ha infiniti interrogativi e può dispiegarsi come meravigliosa o come un tremendo buco nell’acqua.

La sveglia sarebbe dovuta suonare venti minuti prima e avrei dovuto avere il tempo di svegliare il piccolo, di cambiarmi con calma e partire. E invece… sono in ritardo sulle scale esterne che volo giù. Un due tre… dieci… e poi un altro gradino… che dai miei calcoli mentali pensavo non ci fosse… Traaaac.

Suono cupo e violento, dolore caldo. La caviglia sinistra salta, si storce, si gira e si scalda in tre secondi. Mi sembra di essere passato indietro di anni quando le mie deboli caviglie, oramai più senza legamenti, capitava che facessero brutti scherzi. Cedo dal lato sinistro, volo sopra il maledetto scalino di troppo, atterro sul ruvido porfido col ginocchio destro che si sbuccia: come quando ero bambino. Fortuna vuole che sia riuscito a mantenere Giacomo in braccio, mentre in ginocchio mi trovo a gestire, oltre al mio per il dolore, anche il pianto di lui per il brusco risveglio.

Ieri, domenica 10 giugno, Giacomo si è svegliato per terra, atterrato sul sedere e coperto da un asciugamano. Piange, piango. Sono le 6:47 e sanguino, non appoggio il piede sinistro, ho grossi problemi ad alzarmi in piedi e devo ancora prelevare i soldi al bancomat. Penso se non sia il caso di rinunciare a tutto e tornare indietro, con la testa e lo sguardo rivolti verso il mio ombelico. Penso forse che sia il caso di stendermi. Di inondarmi di ghiaccio per gestire quell’orrendo calore, quelle pulsazioni in basso che mi impongono di stringere i denti ad ogni cambio di marcia. Non ci posso credere!

Giunto al ritrovo chiedo ad Enrico di guidare al posto mio. Io mi piazzo dietro, tiro su la gamba e il viaggio può avere inizio. Passiamo dentro Crevalcore che sono circa le 9:15. Il centro è transennato e ci sono vigili del fuoco ovunque. Dalla mia angolazione con cui taglio la città, non vedo crolli evidenti. Ma nelle strade adiacenti il centro, ecco che tutti i ruderi “di campagna” – evidentemente tutti ruderi abitati – portano chiari e prorompenti i segni del terremoto.

L’occhio si dovrà presto abituare a quello che vedrà con più costanza nel corso della giornata: tende!

Davanti a case signorili, davanti alle ville, fuori dai palazzi, in campi sportivi, nelle aiuole pubbliche e, ovviamente, nelle tendopoli della protezione civile.

Raggiungiamo il centro di Medolla poco dopo le 10. Milioni di deviazioni e strade chiuse rendono l’arrivo ancor più complesso. Entriamo all’interno del campo operativo allestito in piazza garibaldi. Il nostro contatto sul luogo, Paolo della UISP di Medolla, ci indica il campo sportivo, ci consegna due gazebi per l’ombra e ci lascia andare. Lui ha molte cose importanti da fare e non ha, ovviamente, tanto tempo disponibile per introdurci.

Sul luogo montiamo e allestiamo tutto alla velocità della luce. La musica arriva dopo poco. Qualcuno inizia ad avvicinarsi e la giornata comincia senza che nessuno abbia dato il via. I primi ragazzini che arrivano dicono che gli era stato riferito di un allenamento di basket con i campioni regionali. In realtà, come avranno modo di accorgersi in poco tempo, la giornata promette molto molto di più.

Intratteniamo i primi cestisti mentre ancora il campo è in allestimento. Gli addetti alle torte (fatte in casa dai nostri parenti) riempiono tavoli e tavolini. I ragazzi addetti al materiale da distribuire, invece, fanno mucchi di zaini, magliette, e canottiere. Qualcuno occupa una zona d’ombra sotto un ciliegio, proprio accanto a due tende: li ci sarà l’angolo per i giochi da tavolo, figurine per i più piccini, puzzle, e innumerevoli intrattenimenti vari.

Ai primi ragazzi chiediamo se hanno degli amici da chiamare. La giornata oggi sarà lunga e piena di giochi, regali, sorrisi, musica, dolci, succhi e sole. Loro rispondono che quasi tutti, quelli che potevano, erano andati via da lì: chi al mare, chi al lago chi da parenti ovunque essi siano.

I primi contatti li ho con un gruppo variegato che di basket non ne voleva sapere niente. Con Larissa, Micaela, il piccolo Tommy dagli occhi celesti, Giacomo e Lorenzo ci sediamo in mezzo al campo e decidiamo cosa fare. Prima un po’ di frisbee, poi un po’ di pallavolo, e altri giochi i cui nomi non li conosco. Poi, il famoso “scoiattolo”, il gioco inventato dal mio amico Enrico. Tutti sembrano ridere, divertirsi. Intanto affluiscono altri bimbi, altri ragazzi.

Prima di pranzo ho l’incontro con una delle due Valentina, figlia unica che con la sua famiglia dorme in una delle tende accanto al campo, ma fuori dalla tendopoli. La sua casa è lì vicina e me la indica. Lei, sulle prime, è un po’ timorosa; ed è tosta Valentina e non ha particolare abilità con la palla. Sceglie dunque l’aquilone. Lo fa volare, corre ovunque e veloce, incurante del vento e aiutata a non intrecciare i fili.

“Sono stata brava, mamma?”. “Guarda mamma”. Valentina, pochi minuti dopo, vincerà il campionato di aquilone e avrà un regalo speciale tutto per lei. La mamma di Valentina all’inizio è stata lì accanto a noi, controllando bene chi fossero questi ragazzi di due metri d’altezza (eccetto me) che correvano con aquiloni e palle di qualsiasi genere.

La mamma di Valentina ad un tratto mi dice che poco vicino c’è la tenda medica e che sarebbe il caso che mi faccia vedere dato il mio procedere zoppo particolarmente evidente. La ringrazio ma le dico che quello sarà un problema di domani. La mamma di Valentina ad un tratto sente anche lei quello che alle orecchie mie e di Marco è sembrato qualcosa di addirittura eccessivo.

 Sembrava che Valentina, sette anni e un aquilone nel cielo, recitasse: “Mamma, ti ricordi il terremoto? Io no… io l’ho già dimenticato”… e via.

Se me l’avessero raccontato, avrei stentato di credere alla genuinità di questa incredibile frase pronunciata correndo contro vento con il naso all’insù. Ma io e Marco abbiamo invece avuto la fortuna di percepire l’autenticità di quella frase. E ci siamo guardati a distanza, increduli, in silenzio, stupiti, sorridendo forte. Poco dopo, la mamma di Valentina doveva allontanarsi per una commissione e la liscia lì. Fra giochi e musica, amici e sole.

Il caldo della pausa pranzo allontana lentamente genitori e bambini che però lasciano la nostra postazione controvoglia e con la promessa di ritornarci al pomeriggio. Se ne vanno tutti eccetto uno, Nicolò, che in bici è arrivato da un paese limitrofo e che è stato con noi dalle 10:00 alle 18.

Alle 14:30, nessuno si vede. Alle 15:00, invece, ancora nessuno! Decidiamo quindi di andare noi da Maometto, e così allestiamo giochi, percorsi, gare a premi (per tutti) nel parco giochi completamente ombreggiato il cui altro ingresso, oltre che dal campo sportivo, era solo dentro la tendopoli. Lì incontro Virginia con sua sorella Valentina, due bimbe more e piccine dalla simpatia incredibile. Una volta conquistata la fiducia chiediamo che vadano ad avvertire i genitori per spostarsi nella nostra zona: musica, torte, succhi di frutta ed altri premi li attendono.

Mentre aspettavo Jacopo a cui avevo chiesto di andare ad avvisare i genitori dello spostamento di zona, mi fermo col suo fratello minore “Tommy dagli occhi azzurri” nel parco dove eravamo andati a chiamare altri ragazzi. Lì vedo Valentina che torna per un attimo dal nostro campo al parco giochi con i mano due succhi di frutta per i suoi genitori. E questa scena mi intenerisce e fa impazzire.

Jacopo tarda dieci minuti mentre intrattengo Tommy. Loro sono i figli dei proprietari di uno dei bar di Medolla che, come tanti esercizi, ha chiuso nei loro locali ordinari, per aprire in casette di legno nella adiacenze della tendopoli. Una volta riuniti tutti, con l’aggiunta di altri bambini, ci dirigiamo verso il cuore della festa.

Ora la musica si alza ancor di più. Le torte vengono offerte a tutti, bimbi e genitori, e i giochi volano: palloni e pensieri nell’aria. Foto di gruppo e… “posso portarle via queste cose?”. “Certo… queste cose sono tutte per voi.” Il campo è attrezzato bene. Gli sport principali sono due: basket e calcio. Nel mezzo ci sono gare di sparviero, rubabandiera ecc…

La musica cresce, c’è chi balla e molti mangiano le pizze portate da Rimini. Avevamo un camion intero e 5 macchinate di T-shirt, giochi, canestri, palle, aquiloni, e ogni genere di divertimento. È un crescendo di emozione, di stanchezza, di sole che cuoce e cuore che si apre. Federico è rimasto in panchina.

Un bel bimbo biondo che con suo fratello maggiore Martin e il suo papà, guardava una partita bianchi contro colorati. Facile convincere l’adulto e il “grande”, un po’ più complesso parlare con Fede. Mi avvicino e gli consegno lo zainetto e le magliette. “Da noi ci sono regali anticipati… se poi hai voglia di giocare… meglio!”. “La voglio rossa” mi dice col broncio. E io gliela porto arancione. L’unica che avevo oltre blu bianca e verde. “Non è rossa” mi dice col broncio. “E’ uguale… gli dico… c’assomiglia!”. “No”. “Ok, va bene. Vediamo un po’… di rosso ho solo un aquilone. Ti interessa?”.

Il suo volto si illumina, sorride, si alza e mi segue. Anche Fede è dei nostri. Ma poiché sono negato con tutto ciò che riguarda affari manuali e poiché cammino a malapena, lo consegno a Mee, il nostro amico tecnico del volo! Tutto gira alla perfezione e nell’orario in cui la RAI collega Medolla prima della partita, noi siamo a smontare tutto e a infilare, nella palestra adiacente, ciò che non abbiamo potuto dare a i bimbi.

Non riesco a staccare gli occhi di dosso da questi piccoli. Li vorrei salutare uno ad uno. E poi salutarli ancora.


Mentre smontiamo, gli adulti ci vengono incontro. Ci stringono le mani, ringraziano, chiedono se torneremo: è qualcosa di bellissimo. Alle 18:10 arriviamo al maxischermo allestito al campo sportivo. Camion della protezione civile si mischiano a camion della RAI e ai camper e roulotte delle persone. Giornalisti, operatori umanitari, cittadini e noi. Io mi siedo quattro sedie più in là di Carlo Paris.

Ogni tanto mi alzo, sebbene a pezzi, e vado dietro dove terminavano le sedie per controllare Giacomo che giocava con i nuovi amici. Guardarlo correre e scambiarsi palloni e risate con bimbi mai visti mi ha reso immensamente orgoglioso. Il mio Giacomo che vive giornate emotivamente difficili e di conflitto, non perdeva occasione per dire che ero il suo papà; evidentemente pure lui fiero di qualcosa che neanche sapeva pronunciare.

Durante la partita e dopo il gol della Spagna, mi si avvicinano due bambine che non avevano saputo nulla della nostra iniziativa: Chiara e Vittoria. Chiara, la più grande, mi chiede di dove siamo, mi chiede cosa abbiamo fatto lì, mi chiede di farle una foto assieme all’amica, mi racconta di quando dormiva in sala e quando quella notte la sua televisione da qui è arrivata lì.

Le scatto la foto e subito dopo mi scandisce il suo indirizzo di casa. Le dico che forse è meglio che tutte le foto le dia a Paolo, il responsabile Uisp e nostro contatto in zona. Lui lo incontro alla fine. Ci ringrazia di cuore e dice che siamo stati magnifici. Nessuno sapeva della nostra presenza. E nonostante questo abbiamo creato tanto… ma ricevendo molto molto di più. Siamo partiti pensando di fare un camp di basket ed abbiamo fatto tutt’altro.

Prima di partire per questa esperienza, pensavo anche con tensione all’organizzazione di questa giornata. Fra me e me dicevo che mi sarebbe bastato un sorriso. Uno solo e le nostre 4 ore e mezza di macchina sarebbero state più che compensate. Ma di sorrisi ne sono arrivati tantissimi. Sorrisi fieri di gente tranquilla, alcuni dei quali non potrà andare nella propria casa, fra i propri giochi, dentro le loro vite. E chi lo farà, porterà con se e per un po’ di tempo un pizzico di paura.

Io li porto davvero tutti dentro questi bambini, finché memoria me lo permetterà. Questi bimbi e ragazzi che mi sono sforzato, con successo, nel corso della giornata, a chiamarli tutti per nome.

Medolla, 10 giugno 2012
GIANLUCA FESTA

Questa è la prima storia raccontata (con parole e immagini) dai volontari di Shoot4Emilia, un progetto a cui teniamo molto.

  • Giuseppe Milani

    bellissimo!!!

  • Fausto

    Gli Emiliani li conosco bene,anche se sono un Piemontese..ci vuole altro x farli tremare..difficile sconfiggerli,gente di cuore che viene dalla terra..questa volta la terra li ha messi sotto esame…loro usciranno col massimo dei voti e la tesi si chiamerà’ “i sorrisi non tremano”

    AH …GianLuca e’ Emiliano!

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