• Mattiavalloni

    Apprezzo questo articolo.

    In teoria non vi sarebbero ragioni per le quali l’avvio e l’affermarsi di una start up tecnologica – informatica non sia possibile in ItaliaEuropa. 

    A meno che si creda a particolari incantesimi che avvolgono e costringono l’Italia ad un passato eterno e all’incapacità di creare qualcosa di nuovo. 

    Il caso Jobrapido su tutti ha per lo meno rotto questo cattivo incantesimo che le “streghe multinazionali” californiane avrebbero lanciato sul nostro Paese. 

    Eppure se guardiamo le aziende più innovative e rivoluzionarie sono tutte targate U.S.A e quando ci sono italiani al loro interno sono tutti phd che hanno trovato lavoro e carriera in California. 

    Non è solo una questione di capitali (che sono importantissimi, ma secondari: esempio; facebook non è nato in Italia perché non esisteva quel brodo culturale che poteva permettere l’esistenza di facebook no perché non vi fossero i capitali); 

    in sintesi l’ America e nella cultura anglossassone  hanno:

    1)  capacità di marketing, management, business model e comunicazione migliori. 

    2) Ingegneri anche meno bravi per essere ma più aperti del mondo markettaro e umanistico: non è assolutamente un caso che Mark Zuckerberg – per citarne uno – studiasse anche Psicologia oltre a Computer Science.
    Questa è una libertà e capacità e modello culturale che – ahimé – il sistema universitario italiano non offre pur offrendo ingegneri e intelligenze spesso di gran lunga più profonde e capaci di qualunque altro sistema universitario. 

    Una startup è un insieme di molte discipline, dove spesso l’aspetto tecnico è minoritario. Prendiamo sempre Facebook: tecnicamente facebook è poco più di un sito 2.0, realizzabile da migliaia di programmatori nel mondo. E per questo che dico che facebook et similia l’invenzione, l’intuizione è culturale.

    3) Gli americani, ragazzi, hanno un impero.
    Tutto quello che fanno sembra inevitabilmente più “cool” degli altri.
    Tutto: a cominciare dalla lingua inglese. 
    Gli americani dettano le regole culturali per il futuro.
    Lì viene il nuovo, lì si sviluppa la cultura.
    Sono, nel bene e nel male, la frontiera culturale (e ripeto culturale più che tecnologica) dell’Occidente. 

    Per concludere sto pistolotto: 

    L’altro giorno pensavo a you tube e mi chiedevo: ma nel mondo, nel grande mondo non c’era nessuno che si potesse inventare un “sito” di condivisione social video? 
    Mah … 
    Per poi passare a LinkedIn, sponsorizzato e propagandato su ogni organismo di stampa d’occidente. Ma ragazzi avete visto LinkedIn? Vi sembra un sito ottimizzato, bello, cool? Che nessuno nel mondo, non dico in Italia, ma nel mondo,  non sia capace di farne uno migliore?!

    Buona fortuna a tutti va, ritorno a lavorare … 

    • http://www.investifuturo.it/ Pizzo

      Molto interessante il tuo commento, in pratica hai scritto un articolo intero! Condivido ed aggiungo che finchè il regime fiscale italiano sarà così rigido difficilmente grandi investistori potranno mai puntare su una qualsiasi startup squattrinata. Per la serie io ho l’idea e tu metti i soldi.

      Infine, è proprio una questione di cultura: in Italia, si sa fare solo una cosa: il nuovo Facebook, il nuovo Linkedin, il nuovo Google… e voi sapete a chi mi riferisco con questi tre esempi. Ovvio che sono progetti persi in partenza.

      Il concetto di “novità” qui non funziona, devi per forza produrre un business che non solchi nuovi orizzonti di rischio, ma che calzi a pennello all’americana, ma in salsa italiana. E poi i media italiani: creano chimere assurde cercando di far passare un’idea per buona solo per ricavarne lettori e visite. Un ciclo difficile da spezzare purtroppo, proprio perchè mancano cultura ed interpreti che sappiano dare al 2.0 in Italia una visione oculata e non un’illusione mediatica.

      • Mattiavalloni

        Vero vero chiedo scusa, ma son quelle pare che ti partono e avevo fretta )) 

         

    • http://www.facebook.com/people/Francesco-Ferrazzino/100001467532833 Francesco Ferrazzino

      Io e dei miei amici avevamo realizzato un social network nel 2003, e ti posso assicurare che i capitali mancavano. “Acquisire” utenti in epoca pre-virale costava un sacco. E ti parlo con il linguaggio di allora perchè ora diciamo “coinvolgere persone”. 
      Ma alla fine i capitali non mancavano: giovani.it/studenti.it era finanziato da un VC, prima di essere acquisiti da banzai.

      Mancavano piuttosto i tool. E mancava anche l’ecosistema: invitare gli amici nel social network tramite email veniva considerato SPAM dalla quasi totalità dell’ambiente italiano. Si chiamava “contact grabbing”: un nome e un programma. Le vecchie guardie lo chiamano ancora cosìhttp://www.quora.com/What-is-the-fastest-way-to-implement-a-contact-grabbing-invite-a-friend-feature-for-a-website Non per ultimo mettere una foto online di se online con tanto di nome e cognome era considerata una idiozia. OK su “studenti.it”, noi ragazzi mettevamo una foto nostra accanto al nickname. La gente che usava nome e cognome  nel nickname era considerata un po’ fuori di testa. Non si chiamava personal branding, ma la gente teneva alla propria privacy. Tutti online sapevano che cercando il proprio nome e cognome su google qualcosa usciva.Tornando

      Youtube non solo è stato studiato perfettamente, sia nella user experience che nel approccio a creare una comunità virale. Ma prova a pensare quanta banda consuma guardare tutti quei video. Se non hai capitali, la banda chi te la regala? Ed è stato il primo a nascere e a risolvere problemi tecnici assurdi come lo streaming massivo su server distribuiti. E ora pensa a quanto è difficile a convincere una persona a caricare un video, che ci si mette ore, quando le persone si annoiano già a compilare un form.Avrei molto da dirti pure su linkedin, il suo ex vp product è sicuramente uno dei massimi esperti di viralità (sono uno dei primi 2000 utenti linkedin italiani) ha dato diversi contributi anche a livello strategico e non ha caso è diventato un venture capitalist per uno dei migliori venture capital americani. Ma mi fermo qui.Non commettiamo l’errore di pensar che se la tecnologia ci sembra semplice e il servizio ci sembra semplice, dietro non ci sia un fantastico studio, non è una questione di rettangoli colorati e font alla moda, quella è la punta dell’iceberg.Complimenti a Davide, non vedo l’ora di fare un salto al TAG, anche se sono del coworking The HUB.

  • Io Me

    Ho valutato l’offerta di Talent Garden Brescia e alla fine mi sembra nulla più di una volgare speculazione edilizia travestita da innovazione grazie all’utilizzo del termine “coworking”: a 250 euro/mese per scrivania se si è in 2 già ci si può permettere l’affito di uno spazio proprio. Pensare di invitare i propri clienti in “spazi condivisi” è una cosa ridicola e fa abbassare la credibilità della propria azienda.
    E’ significativo inoltre notare come le prime due regole della costituzione del TAG siano: “rispetta le orecchie degli altri” e “rispetta lo spazio degli altri” le quali, a mio avviso, dimostrano come il concetto di coworking sia un’accessorio di cui si può tranquillamente fare a meno. Quando c’è da lavorare sul serio serve silenzio, concentrazione e tranquillità tutte cose che gli spazi condivisi com TAG non possono offrire.
    Infine un’ultima nota va detta per l’ubicazione di TAG Brescia: in un luogo perennemente nella penombra per non dire all’oscuro e in una posizione carente di parcheggi, insomma in un posto pessimo sia per chi ci deve andare a lavorare sia per le persone che ti devono trovare.

    • Davide Dattoli

      Ciao “IoMe”,
      ti ringrazio per il commento non posso convincerti della bontà senza invitarti a passare una giornata come nostro ospite nello spazio. “Vivo” da quasi 6 mesi nello spazio insieme ad altre 50 persone con cui ormai si è creato un bellissimo rapporto e che prima non conoscevo neanche, c’è casino? Si, spesso. Se però la community è forte si sopporta perchè il vantaggio personale e lavorativo può essere molto più alto!

      Fare CoWorking è prima di tutto una filosofia e come per tutte le filosofie non va bene per tutti, se sei abituato a una stanza da solo all’inizio farai davvero fatica! Però il lavorare insieme non l’ha inventato TAG ma è un modello sperimentato da anni e adottato anche da grandi aziende.

      Speculazione edilizia? Magari, se ti faccio vedere i bilanci di TAG capisci che è pura passione che ci spinge :)

      TAG Brescia? Ha tanti difetti ma è abbastanza carino ( https://www.facebook.com/media/set/?set=a.281379358569804.60943.237479089626498&type=3 ) abbiamo una decina di posti chiusi più davvero tanti intorno, siamo a 2 minuti dalla stazione e 5 dal centro storico in bici (per gli abitanti sono incluse)

      Il plus riconosciuto da tutti gli abitanti è proprio stare in un posto bello e con persone interessanti da condividere con amici e clienti…insomma vienici a trovare e poi ci dai un tuo commento? :)

      Ti aspettiamo quanto vuoi,
      Davide

  • Massimo Carraro

    Grazie Davide per questo bell’articolo, che condivido dall’inizio alla fine.
    Il progetto di coworking Cowo da me fondato nel 2009, pur con caratteristiche differenti, si basa su considerazioni analoghe.In particolare, mi piace sottolineare come queste istanze, che possono sembrare cose “da addetti ai lavori” sono colte con molta immediatezza da quella che chiamiamo società civile: architetti, studi professionali, agenzie di comunicazione, aziende, società… tutte realtà che – ormai da alcuni anni – hanno deciso che ne avevano abbastanza degli schemi di lavoro rigidi e si sono aperti al coworking e alle molteplici forme di collborazione che permette, grazie al progetto Cowo.Questo per dire che la gente, spesso, capisce l’innovazione anche prima di chi la dovrebbe comprendere per ruolo, specie quando è proposta dal basso, in modo sostenibile, come cerchiamo di fare noi.

    Massimo Carraro
    Coworking Project by Cowo
    http://coworkingproject.com

  • Pingback: L’innovazione passa dalla prossimità informale del coworking | Echocreative

  • Pingback: Il Comune e lo spazio creativo per una comunità collaborativa » Laura Castelletti

  • http://www.facebook.com/andrea.paoletti.9041 Andrea Paoletti

    Ciao Davide, bell’articolo. E’ da alcuni anni che seguo questo modello e lo considero molto valido. Ho scritto un articolo che vorrei condividere con voi, perchè penso che il disegno degli spazi aiuti molto a creare senso di collaborazione e rendere, di conseguenza, economicamente vantaggioso lavorare in luoghi di co-working! 
    http://www.shareable.net/blog/designing-workspaces-for-collaboration Andrea