Mark Vanderbeeken è belga. Dopo aver trascorso diversi anni negli Stati Uniti, si è trasferito a Torino, in Italia dove, con altri tre soci, ha fondato Experientia, una società di consulenza di user experience design. Mark scrive ampiamente sul blog della società (Putting People First), su Core 77, un sito di design globale, e su altre riviste professionali.
Come imprenditore in Italia, uno dei tanti paesi europei dove la lingua ufficiale non è l’inglese, non posso esimermi dal notare con che intensità la lingua inglese determini il discorso sull’innovazione, e quanto i media utilizzino questa lingua per i loro servizi. Questo fa sì che le nostre aziende e i nostri paesi siano inconsapevolmente svantaggiati, e che la questione venga da noi a malapena affrontata. Quest’articolo tratta dello svantaggio dei non anglofoni di parlare una lingua altra dall’inglese, e di cosa possiamo fare per sormontarlo.
Smontare il pregiudizio sull’innovazione
Le decisioni chiave che riguardano il futuro dell’economia italiana vengono ora prese a New York, Londra e Francoforte. Le decisioni legali provengono invece da Bruxelles. E quasi tutte le transazioni commerciali internazionali sono gestite in inglese.
In un’epoca di notizie online fruibili 24 ore su 24, un numero sempre maggiore di media globali, e motori di condivisione sociale quali Twitter e Facebook, le notizie globali sull’innovazione vengono scritte e lette in inglese. È più che naturale, dunque, che i decisori internazionali siano influenzati dai servizi scritti in inglese sul modo in cui vengono percepiti il clima economico e i paesi stessi. Purtroppo, l’Italia finisce con l’essere dipinta come un paese al quale manca un forte potenziale innovativo.
I fattori in gioco qui sono molteplici. Il primo riguarda le persone che prendono decisioni globali sull’economia, sulla politica e sugli affari: non parlano italiano (e neppure francese o spagnolo). Leggere dell’Italia come descritta in lingua inglese offre inesorabilmente la prospettiva di un estraneo che curiosa. Persino le traduzioni più accurate possono perdere le sfumature, i riferimenti culturali, e i contesti, soprattutto quando una storia complessa viene ridotta a poche righe nella pagina “Mondo”. Questo implica che la storia venga percepita come “Affari esteri” e non semplicemente come “notizie”.
In secondo luogo, l’Europa, e in particolare l’Italia, è spesso descritta come conservatrice, poco aperta alle startup e all’imprenditorialità, con un alto tasso di disoccupazione, con politici litigiosi, disinteressati ai loro elettori, e con imprese invecchiate che non riescono a stare al passo col resto del mondo. Quest’immagine non obiettiva, è, naturalmente, solo in parte vera: descrizioni simili possono esser fatte anche per realtà che riguardano gli Stati Uniti o il Regno Unito.
Troppo spesso, l’Italia raccontata dai media internazionali è un’Italia segnata da scandali e recessione economica, a volte pittoresca, a volte sul viale del tramonto. Questo tipo di descrizione per sommi capi di un’intera nazione non giova di certo a coloro che continuano a vivere, creare e fare affari in Italia, più o meno come ovunque nel resto del mondo. Questa è un’altra Italia, un’Italia cui la parte del mondo che parla inglese non ha realmente accesso.
I decisori che basano le loro informazioni solamente sulle notizie che ricevono dai media in lingua inglese, purtroppo, non apprendono granché delle realtà più dinamiche e altamente innovative nate di recente. Si ha come l’impressione che queste realtà vengano soffocate dall’immagine altisonante di sventura dell’euro zona, o di agitazione politica. In realtà, questi non sono altro che i pezzettini del puzzle che contribuisce a plasmare la minuziosa visione di ciò che sta accadendo sul campo, e rappresentano informazioni cruciali per chi vuole fare affari in Europa.
Il triplo vincolo
Questo ci porta al terzo fattore che genera il pregiudizio sull’innovazione. Oltre alla barriera linguistica e a una distorta prospettiva dell’Europa, esiste anche un pregiudizio geografico, che si manifesta nel desiderio di leggere di ciò che accade vicino a casa. I media in lingua inglese, che nel mio campo comprendono TechCrunch e Wired, Fast Company e Business Week, The Guardian e The New York Times, ReadWriteWeb e UX Magazine, Shareable e Core 77, sono inclini a scrivere di innovazioni sociali, tecnologiche, culturali, per l’istruzione ed il design che hanno luogo nelle proprie città o regioni.
È di conseguenza più facile reperire articoli che parlano di innovazione su Savannah, in Georgia, che non su Parma, in Italia, o Nantes, in Francia.
Inoltre, dal momento che gli editori di testate giornalistiche europee ricavano gran parte del testo sull’innovazione dai media in lingua inglese, il pregiudizio si rafforza: persino i giornali italiani tendono a scrivere di innovazione come se questa avvenisse principalmente all’estero. I media locali italiani spesso iniziano a parlare di nuove imprese locali solo quando tali società vengono notate dai media di lingua inglese (proprio come è accaduto per Eataly o Grom, eccellenti iniziative gastronomiche, passate dall’avere limitata attenzione della stampa in Italia a trasformarsi in “storie di successo nostrano” ampiamente descritte dai media solo dopo aver ricevuto plauso internazionale).
In altre parole, i nostri mezzi di comunicazione italiani si fanno indottrinare dai pregiudizi anglosassoni, nella copertura internazionale dedicata all’innovazione. Pertanto, la difficoltà a capire cosa sta accadendo in Francia, Italia, Spagna o Germania non si evidenzia solo se non si parla francese, italiano, spagnolo o tedesco: persino se si parla una di queste lingue, i media locali potrebbero non informarvi sulle giovani e innovative imprese che decidono di dare vita a progetti appassionanti.
È questa, probabilmente, la sfida più complicata. Ho appena scoperto che qui in Italia ci sono più ventenni che costituiscono società di quanti lavorano con contratti precari. A prescindere dal problema occupazionale dei giovani (che è catastrofico e va affrontato con la massima urgenza), esiste anche un’altra questione: non sappiamo ciò di cui si occupano queste giovani imprese. I media italiani scrivono di aziende più grandi e consolidate, che sono ben connesse politicamente pur non facendo grandi performance, ma raramente di giovani società in crescita, che assumono personale giovane.
In sette anni di vita, ad esempio, la nostra società di 30 persone, che ha sempre assunto personale giovane, non ha mai ricevuto una lunga recensione sulla stampa locale. Persino quando abbiamo ricevuto un premio per l’innovazione dal Presidente della Repubblica in persona, siamo riusciti con fatica ad ottenere piccole recensioni sulla stampa locale. Anche una società 10 volte più grande di Experientia, con sede a Torino, che lavora con la FIFA, la UEFA e la NBC sui servizi tecnologici per lo sport, non riceve attenzione giornalistica ed io stesso li ho scoperti lo scorso anno, quasi per caso.
La questione si complica quando il servizio è in inglese: è difficile ottenere informazioni su iniziative dal basso, giovani startup e innovazione sociale in Italia, Francia, Germania o Spagna, poiché esistono pochissimi servizi giornalistici in merito, in inglese. L’Italia, ad esempio, può contare solamente su un’esigua lista: Ansa in inglese, Corriere della Sera English, i corrispondenti stranieri a Roma, nonché le numerose iniziative di singoli che intervengono con post sui blog, tweet e brevi racconti in inglese sull’altro volto dell’Italia. Quest’esiguo elenco costituisce la principale fonte d’informazione a cui attingono i media di lingua inglese, che tendono a usare una notizia già scritta in inglese.
Addirittura la Commissione Europea, che dovrebbe essere la prima diretta interessata a riposizionare la capacità innovativa del continente, non ha molto da offrire, a parte qualche comunicato stampa su progetti di ricerca finanziati dalla Comunità Europea. Altre iniziative private, quali PressEurop, WorldCrunch e eGov Monitor sono ammirevoli ma hanno impatto limitato.
Le conseguenze
Questa carenza di attenzione da parte dei media, sia nelle lingue locali, sia in inglese, presenta enormi implicazioni per coloro che in Europa vogliono fare business internazionale. Siamo ingiustamente in svantaggio rispetto ai nostri competitor con base nel Regno Unito o negli Stati Uniti, e abbiamo difficoltà a ottenere sostegno politico, culturale e imprenditoriale qui sul nostro territorio.
Alcuni imprenditori con una buona conoscenza della lingua inglese hanno deciso di lanciare i propri siti Web, blog o altri canali d’informazione in inglese, oppure scrivere direttamente per alcune testate internazionali (come di fatto facciamo noi). Un altro modo per ottenere visibilità fra i media internazionali più prestigiosi è di aprire un ufficio nel Regno Unito o, meglio ancora, in Nord America.
Ripensare la sfida
Il rompicapo dell’inglese, che penalizza gli imprenditori fuori dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, può esser risolto solamente attraverso un impegno concertato su cinque livelli. Dovrà aumentare il numero di imprenditori europei che scrivono in inglese a proposito del loro lavoro, sia direttamente che attraverso un ghostwriter, e che condividono le proprie idee non solamente sui loro siti Web e all’interno del loro mercato, ma anche attraverso altri canali (stranieri). Un inglese gradevole e ben scritto è determinante per farci ascoltare.
I media locali non di lingua inglese devono interessarsi e impegnarsi a dare informazione sull’innovazione tecnologica, sociale, culturale e commerciale nella loro comunità in modo esaustivo, non perché le aziende sono politicamente influenti o semplicemente sono in auge, ma perché assumono (invece di licenziare) personale, predispongono un concreto futuro per i propri paesi, cambiano la percezione pubblica, e sono di ispirazione per gli altri.
A livello nazionale, per l’Italia (così come per altri paesi europei) si renderà necessario un approccio più strutturato. Il mio suggerimento è di istituire un giornale online in lingua inglese, redatto da un editore influente, con quattro, cinque giornalisti che scrivano dell’altra Italia.
La Commissione Europea rappresenta la sfida più importante, poiché al momento non esiste una singola voce che riporti gli interessanti sviluppi dell’innovazione europea. Dobbiamo creare una risorsa fruibile agli investitori brasiliani, coreani o americani, in modo da poter offrire loro un’alternativa al preconcetto anglosassone. La recente iniziativa Innovation Unit della Commissione è un primo inizio, ma, da ciò che intravedo, estremamente sottofinanziata e a corto di personale.
In conclusione, vorrei spronare i media internazionali, i Business Week, i TechCrunche e così via. So che la maggior parte di questi canali informativi locali sono consapevoli del loro preconcetto, e hanno già cominciato a occuparsene, in parte aprendo edizioni in altre lingue. Tuttavia, non è evidentemente sufficiente. Che tipo di vantaggi si verrebbero a creare, per le aziende europee e per le loro controparti nel Regno Unito e negli Stati Uniti, se uno di questi canali informativi mettesse in atto un’iniziativa sull’innovazione, su scala europea, in lingua inglese?
Oltre l’Europa
Sono europeo e scrivo sull’Europa, tuttavia, il problema è esattamente lo stesso, se non peggiore, in altre zone del mondo. Pensate ad esempio all’Asia, all’Africa oppure al Sudamerica, che spesso si trovano a dover affrontare preconcetti culturali e linguistici ancora più gravi. Forse, dovremmo ragionare in modo globale per affrontare questa sfida (come ha fatto Aljazeera per gli affari internazionali), tuttavia, sono convinto che, con la crescente importanza che rivestono i media online più diffusi e con la crisi economica attualmente in corso, questo status quo generalmente accettato non offra alternative. Siano noi deputati a cambiare questa percezione soggettiva e a incentivare nuovi mezzi che abbiano un impatto.
Torino, 5 giugno 2012
MARK VANDERBEEKEN

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