Menu
+
Chiudi

Edgeryders: mille giovani per cambiare l’Europa in 5 anni

Economista, apprendista scienziato delle reti, runner. Mi occupo di economia creativa e digitale, con un forte interesse per le politiche di sviluppo. Collaboro con il Consiglio d'Europa e l'European Center for Living Technology. Sono stato musicista rock con i Modena City Ramblers e i Fiamma Fumana, ma sto cercando di smettere.

Citizens Experts

Le istituzioni europee sono tra le più efficienti burocrazie al mondo. Con 40mila dipendenti, la Commissione Europea esercita un ruolo importantissimo su mezzo miliardo di abitanti dell’Unione: per dare un’idea, nel Regno Unito, che ha sessanta milioni di abitanti, il settore pubblico impiega due milioni e mezzo di persone. Naturalmente il paragone non è preciso (il governo britannico impiega insegnanti, medici e soldati e non solo amministratori), ma fa comunque una certa impressione.

Il rovescio della medaglia di tanta efficienza è che – se non abiti a Bruxelles o a Strasburgo – è molto difficile venire a diretto contatto con le donne e gli uomini di quelle istituzioni. Degli “eurocrati” leggiamo sui giornali; ce li immaginiamo come anonimi, potenti, inavvicinabili, al servizio di un progetto astratto di Europa al servizio delle nazioni, o del neoliberismo, o delle banche, comunque non al nostro. La lontananza geografica e mentale delle istituzioni europee ha dato origine al problema noto come deficit democratico, che ci accompagna fin dalle origini di questo progetto.

Sono un “eurocrate provvisorio” da circa un anno, e vedo le cose in modo diverso. Tanto per cominciare, l’obiettivo dell’Europa è la pace, evitare che gli europei si massacrino tra di loro come è successo praticamente senza interruzioni dalla riforma protestante alla seconda guerra mondiale. I legami economici e finanziari servono a questo: i padri fondatori intendevano costruire un’integrazione economica internazionale così forti da rendere la guerra impensabile. Anche oggi, le istituzioni europee sono, è vero, spesso disconnesse dalla vita vissuta dei cittadini nei contesti europei, diversissimi tra loro; ma non perché servano altri padroni. Hanno semplicemente un problema tecnologico e sociale. La buona notizia è che lo stiamo risolvendo.

Come? Cominciamo con il dare un nome al problema: si chiama intermediazione. Non potendo parlare con tutti i 500 milioni di cittadini, le istituzioni europee siedono al tavolo con intermediari di professione, cioè soggetti collettivi che cercano di riassumere in sé le istanze di tantissimi europei: i cosiddetti stakeholders. Il dirigente sindacale, per esempio, rappresenta i lavoratori; il presidente dell’associazione ambientalista rappresenta i cittadini che hanno a cuore l’ambiente e la natura; e così via. Gli unici che non hanno questo problema sono le grandi imprese, che mantengono propri uffici a Bruxelles e non si fanno rappresentare da nessuno.

Questo sistema di deleghe è scalabile (dieci persone riunite, in teoria, riassumono in sé le posizioni di tutti gli europei su un certo tema), ma funziona molto male. Intanto non tutte queste deleghe sono democratiche: i sindacati, per esempio, possono rappresentare bene i propri iscritti, un po’ meno l’insieme dei lavoratori, che in maggioranza non sono iscritti ad alcun sindacato. Ma c’è di più: il rappresentante, per quanto legittimato, informato e ben intenzionato, non può assolutamente riassumere in sé l’incredibile quantità di informazioni, competenza e passione della cittadinanza.

 Conseguenza: la posizione portata al tavolo negoziale dal rappresentante è nel migliore dei casi una semplificazione rozza del problema e delle posizioni in campo; nel peggiore non tiene conto di informazioni essenziali ed è completamente fuori strada.

La semplificazione porta a decisioni meno brillanti di quelle che sarebbero state possibili altrimenti; l’essere fuori strada porta a decisioni sbagliate e controproducenti.

I cittadini comuni, che osservano il processo dall’esterno, non si sentono ascoltati. Hanno ragione: vedono informazioni importanti e facilmente disponibili completamente trascurate. Questo, però, in genere non è un problema di volontà ma di aggregazione e filtraggio dell’informazione in possesso della cittadinanza per essere riportata a un formato utilizzabile dalle istituzioni. Questo compito è affidato al sistema degli stakeholders, che però non può bastare.

In particolare, non può bastare in un’Europa con quasi cento milioni di laureati. Come dice Clay Shirky, “nobody is smarter than everybody”, nessuno può essere più intelligente di tutti gli altri messi insieme. Dobbiamo disintermediare: dobbiamo creare un canale di partecipazione che consenta ai singoli cittadini di ingaggiare le istituzioni europee, apportando alla discussione pubblica la loro competenza e la loro passione.

Possiamo farlo. Internet serve proprio a questo: a consentire a tante persone, spesso a milioni di persone, di creare insieme, ogni giorno, progetti di incredibile complessità e coerenza interna senza denaro, senza una struttura di comando e senza nemmeno conoscersi. Wikipedia, con oltre trenta milioni di volontari e 285 edizioni in altrettante lingue è l’esempio più noto; ma ce ne sono infiniti altri anche molto specializzati, come Galaxy Zoo, in cui 250mila persone collaborano per classificare galassie. Insieme ai colleghi della Social Cohesion Research & Early Warning Division al Consiglio d’Europa, stiamo lavorando a un prototipo di comunità online di citizen experts, in cui cittadini non selezionati collaborano con le istituzioni per disegnare insieme le politiche europee.

Il prototipo si chiama Edgeryders, e risponde a un’esigenza concreta: la Commissione Europea ci ha chiesto di fare proposte di riforma delle politiche europee per i giovani. La crisi finanziaria sembra avere colpito i giovani in modo particolarmente duro, e le statistiche ci rappresentano una generazione perduta. La proposta della Commissione ci è sembrata un’ottima occasione per chiedere ai giovani europei di rappresentarsi non come una categoria che ha problemi, ma come un grande laboratorio di ricerca e sviluppo sociale che sta elaborando soluzioni, e di condividere con noi ciò che vanno scoprendo.

Per farlo abbiamo sviluppato una piattaforma online (fatta con software libero e open, per essere veloci e spendere poco), e abbiamo invitato chiunque lo volesse a entrare nel think tank più grande del mondo, in missione per aiutare il Consiglio d’Europa e la Commissione Europea a progettare le politiche pubbliche di domani. E i giovani rispondono: a sei mesi dal lancio abbiamo mille utenti registrati, centinaia di “rapporti di missione” in cui i giovani citizen experts rispondono alle domande di ricerca che noi proponiamo, migliaia di commenti.

La rete della conversazione in Edgeryders

Un’altra consultazione online? La logica è la stessa, ma a mio avviso Edgeryders fa tre passi avanti verso i futuri modelli di collaborazione online cittadini istituzioni. Infatti:

  • usa in modo consapevole la validazione peer-to-peer dei contributi per estirpare l’informazione falsa o i punti di vista troppo basati sui casi personali. Non facciamo sondaggi, promuoviamo conversazioni aperte. L’apertura e l’architettura peer-to-peer fanno sì che sia molto facile distinguere tra i contributi che interessano solo a poche persone e quelli che invece risuonano profondamente nelle vite di tanta gente: le esperienze del primo tipo vengono smentite o ignorate dalla comunità, mentre quelle del secondo tipo ricevono moltissimi commenti di persone che dicono “succede anche a me”.
  • cerca di creare un link diretto tra i contributi dei citizen experts e la scienza. Ho notato che la scienza viene spesso usata come artificio retorico nella discussione politica: contributi innovativi di singoli cittadini vengono smontati con l’espediente di contraddirli citando il professor Tizio dell’Università di Nonsodove. Per dare una validazione scientifica al lavoro della comunità – mettendo i citizen experts sullo stesso piano degli esperti di professione – usiamo la tecnologia. Tutta l’informazione di Egderyders si trova in un database. Abbiamo scritto un po’ di software per fare comunicare quel database con programmi open source usati per l’etnografia e per l’analisi di rete. Con l’etnografia ci proponiamo di aggregare e sintetizzare il torrente di materiale prodotto dalla comunità; con l’analisi di rete ci proponiamo di qualificare i dati etnografici, qualitativi, con dati quantitativi sulla centralità dei singoli citizen experts che propongono i contenuti e con un’esplorazione matematica della struttura dei collegamenti tra i singoli argomenti  che compongono il tema.
  • cerca di darsi delle pratiche che costruiscano fiducia tra cittadini e istituzione. Nel clima di disoccupazione alta e precarietà generale, proviamo a dare dei segni concreti di apprezzamento per il lavoro della nostra community. Per esempio, il 14 e 15 giugno faremo il primo (e per ora l’ultimo) incontro offline, una conferenza che si chiama Living On The Edge. Non solo il programma è strutturato in modo che i policy makers professionisti interagiscano alla pari con i membri della comunità, ma abbiamo dedicato quasi un quarto del budget del progetto per pagare viaggi e soggiorni ai citizen experts disposti a lavorare sul serio con noi. Rinunciando a tenerla in luoghi di rappresentanza in favore della nostra stessa sede qui a Strasburgo (peraltro molto bella), e a catering costosi in favore di servizi locali, spartani ma sani, Living On The Edge ci costa comunque molto meno di una conferenza istituzionale, e in più sarà frequentata da gente che non ha mai interagito con nessuna istituzione europea. Gente come Elf Pavlik: un hacker che da tre anni non tocca denaro e si rifiuta di avere documenti di identità. La sua sperimentazione è radicale, e proprio per questo interessante per chi progetta politiche. La sfida è riuscire a collaborare attraverso tutto ciò che ci divide, valorizzando la comune umanità che ci unisce.

Grazie a un piccolo team molto internazionale (probabilmente la più variegata collezione di creativi e hacker che abbia mai lavorato sotto le bandiere di una pubblica amministrazione europea); al coraggio e all’integrità di alcuni dirigenti al Consiglio d’Europa e alla Commissione Europea; all’appoggio di diversi parlamentari europei; e al “piccolo particolare” che noi abbiamo Internet e i padri fondatori non l’avevano, stiamo dimostrando che sanare il deficit democratico è possibile.

Non è solo Edgeryders. Su questa cosa stanno lavorando tanti colleghi, motivati, competenti, idealisti. Dateci cinque anni e un po’ di spazio e “gli eurocrati” spariranno dall’immaginario collettivo, sostituiti da gente normale, come me e voi, con cui parliamo di politiche pubbliche negli spazi dedicati – e che poi magari ritroviamo sui social media, o, perché no, nei bar di Bruxelles per una birra insieme. E se non avete voglia di aspettare cinque anni, veniteci a trovare a #LOTE (o cercate #LOTE su Twitter). Troverete duecento giovani da tutto il continente e un pugno di eurocrati di belle speranze pronti ad accogliervi qui, sulla soglia di una nuova Europa.

Strasburgo, 9 giugno 2012
ALBERTO COTTICA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Altri articoli di: Alberto Cottica

Alberto Cottica
Tutto su Alberto

Potrebbero interessarti anche

in by Alberto
+
+
Impostazioni Articolo
Dimensione dei caratteri
aA
aA
aA
Sfondo:
Giorno
Notte
Testo:
Moderno
Classico
Alta leggibilità
ok