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Lorenzo Benussi: “Ebbene sì! Una app alla volta, cambieremo l’Italia”

CheFuturo! invita a bordo le persone che hanno grandi storie da raccontare. Qui trovate i contributi di uomini e donne che stanno cambiando il mondo con la forza delle idee.

Il 30 aprile è scaduto il termine per partecipare ad Apps4Italy, il concorso per idee, applicazioni, visualizzazioni e dataset basati sui dati pubblici italiani. Sono arrivate quasi 200 proposte, che ora aspettano di diventare servizi per il cittadino. Abbiamo chiesto a Lorenzo Benussi di raccontarci l’evoluzione del progetto.

Per chi non ne ha mai sentito parlare, open data è un modello di valorizzazione del patrimonio informativo pubblico. Si tratta di una iniziativa basata sulla possibilità di utilizzare i dati pubblici per migliorare la trasparenza della Pubblica Amministrazione e creare servizi innovativi. Quando si parla di dati pubblici si intendono tutte quelle informazioni prodotte dalla Pubblica Amministrazione nell’espletamento delle sue funzioni: alcuni esempi classici sono i trasporti, l’inquinamento e i dati sulla scuola. Ovvero, informazioni prodotte con i soldi di tutti che oggi possono essere condivise con chiunque grazie ad Internet. Basta volerlo.

Gli open data in Italia stanno aumentando, ma certo il nostro paese non brilla per iniziativa. Le prime amministrazioni locali hanno iniziato a rilasciare o – utilizzando un termine più suggestivo – a liberare i propri dati solo nel 2010 e fino alla fine dell’anno scorso mancava una vera e propria strategia nazionale. Ma anche se l’ambiente era ed è quanto mai complesso e spinoso, Apps4Italy nel suo piccolo ha dimostrato che c’è voglia d’innovazione, bisogno di smuovere le acque e di provare a migliorare le cose. Anche se è difficile.

Il concorso nasce come una provocazione, una sfida all’immobilismo italiano, alla mancanza di budget per progetti innovativi e alla sordità di una parte delle istituzioni. Una prova per dimostrare che la comunità digitale italiana che è superficialmente descritta come pigra o interessata solo agli aspetti ludici e frivoli di Internet, in realtà è attiva e appassionata, forse più che in altri paesi.

Una sfida che, almeno in parte, abbiamo vinto. Perché quasi 200 proposte, di cui almeno 70 sono app già realizzate, costituisco un patrimonio esteso in due direzioni: sono un giacimento di servizi innovativi che ci possono aiutare a immaginare il prossimo futuro e sono un’agenda di lavoro da consegnare a chi ha la possibilità e l’obbligo di decidere come liberare i dati del nostro Paese. Ma il risultato più importante di Apps4Italy sono gli esempi che ha raccolto, proposte concrete che spiegano a cosa servono i dati pubblici, esempi semplici e tangibili in grado di essere capiti da tutti. Perfino da coloro che, per superficialità o malafede, non comprendono il perché sia “giusto” rendere disponibili i dati pubblici. Insomma, se non capisci il principio almeno puoi vederne l’utilità.

Apps4Italy come tutte le sfide ha avuto un percorso travagliato. Il concorso nasce senza soldi, senza dati e senza sponsor, l’unica cosa che mi ha spinto a portare avanti il progetto è stata la certezza che fosse una buona idea, testata all’estero in quasi tutti gli stati e un passaggio naturale all’interno di una strategia open data. Ho cominciato prima con la comunità open data italiana che si è subito aggregata, poi Regione Piemonte e il Consorzio TOP-IX hanno offerto i primi finanziamenti. Alla fine sono arrivati tutti gli altri, sia i grandi sponsor privati, Google, Microsoft e Vodafone sia i Ministri: con Brunetta prima e ora Profumo, entusiasta sostenitore del contest. Nel giro di pochi mesi e grazie al fondamentale contributo di varie associazioni attive nella promozione del modello open data in Italia abbiamo raccolto 45mila euro. Una cifra di tutto rispetto a cui vanno aggiunti i premi in servizi e prodotti. Niente male.

In effetti, a mano a mano che l’idea prendeva forma tutti venivano conquistati. Eppure, fino alla fine non c’è stata la sicurezza che un’iniziativa come questa potesse attecchire veramente nel nostro paese. Lungo il percorso non sono mancati i problemi: due posticipi per cause esterne; i dati dall’Amministrazione che arrivavano a rilento e di certo non abbondavano; le proposte che fino a 10 giorni fa erano solo 30.

 Abbiamo tenuto duro, ci siamo preoccupati e occupati, ne abbiamo discusso molto nel comitato organizzatore e ci siamo anche domandati se non avessimo sbagliato tutto. Fortunatamente no, non ci siamo sbagliati.

Certo, bisognerà vedere quali e quante di queste proposte sono effettivamente realizzabili, che capacità avranno di diventare servizi reali e di crescere per arrivare a tutti. Quanti dati richiesti nelle proposte e non ancora disponibili saranno realmente liberati e con che tempi. Ma sono convinto di una cosa: indietro non si torna. Abbiamo raccolto idee concrete per valorizzare il patrimonio informativo pubblico, e ora abbiamo una serie di esempi dell’utilità degli open data. Non resta che collaudarli e portarli a casa dei cittadini e degli utenti.

Perché il vero punto di questo processo è che con Internet cambia tutto. Cambiano gli strumenti di trasparenza a disposizione della PA e cambiano le possibilità di creare nuovi servizi. Cambiano le opportunità che ognuno di noi ha per creare innovazione con la sola forza di un computer e della propria intelligenza. Di conseguenza, cambiano le capacità di incidere su realtà anche complesse come il funzionamento dello stato. Siamo di fronte ad una rivoluzione semplice e silenziosa che è già avvenuta anche se ci vorrebbero far credere il contrario. Perché è evidente a tutti noi, frequentatori della Rete, che i bilanci dovrebbero essere online, che le politiche dovrebbero essere discusse con i cittadini e che i dati sono la base dei servizi del futuro.

Cambia tutto ma non cambiano i problemi, non si modificano le mentalità. Non mutano gli interessi e le resistenze che sono sempre lì a ricordarci che in Italia spesso si oscilla tra una destra reazionaria e una sinistra conservatrice. Ma grazie alle tecnologie digitale si creano nuovi incentivi, nuovi modelli, nuove opportunità di competizione e cooperazione.

E qui arriviamo al punto: io so che i dati pubblici se resi disponibili potrebbero cambiare il rapporto di fiducia tra i cittadini e lo stato; io so quali sono i temi che hanno un reale impatto sulla nostra vita (pensiamo alla sanità, alle spese della politica, agli appalti pubblici); io so che con piccoli budget si potrebbero realizzare grandi risparmi, io so quanto abbiamo bisogno di numeri certi, analisi puntuali e soluzioni efficienti. Io so, e tutti noi sappiamo, chi potrebbe agire – ora e subito – per fronteggiare questa crisi economica e sociale.

Io so ma non ho le prove e non ho nemmeno gli indizi – a questo punto sarà chiara la citazione – ma sono convinto che non possiamo chiedere aiuto a nessuno. Dobbiamo cavarcela da soli e innovare senza permesso. L’esperienza diretta di Apps4Italy e della Discussione Pubblica sull’Agenda Digitale me lo confermano: là fuori c’è una grande energia, basta saperla innescare.

Roma, 4 maggio 2012
LORENZO BENUSSI

6 risposte a “Lorenzo Benussi: “Ebbene sì! Una app alla volta, cambieremo l’Italia””

  1. adriano scrive:

    “C’è voglia d’innovazione,bisogno di smuovere le acque e di provare a migliorare le cose.Anche se è difficile.”Volo basso.Lascio perdere la destra e la sinistra,ormai,a mio avviso,luoghi fisici indistinti.E’ il burosauro il problema.Anche quando si cerca di cambiare ,rimangono gli stereotipi delle precauzioni cautelari che volendo prevedere tutto non risolvono niente.Ricevevo da una amministrazione comunicazioni varie ogni anno tramite posta ordinaria.A richiesta perchè non posso averla per e mail?No,bisogna inventarsi la posta prioritaria,con complicazioni allegate.Un giorno questa amministrazione mi comunica che i miei dati saranno disponibili sul web.Bene?No,perchè la procedura di accesso non è quella normale con username e password che normalmente posso decidere io quando e come voglio.Troppo facile.Occorre richiedere un pin,che viene in parte spedito per posta ed in parte attaverso la rete.Inoltre ,a discrezione dell’amministrazione,il pin viene cambiato ogni tre mesi e la procedura deve essere ripetuta.Che pena.Concludendo.In questo strano paese non è solo l’immobilismo a frenare ma la falsa innovazione.La burocrazia rimane uguale e rinnova i suoi stilemi applicandone le assurdità alla nuova tecnologia.Purtroppo è vero “cambia tutto ma non cambiano i problemi”,”non si modificano le mentalità” e “innovare senza permesso” rimane un’illusione frustrata dall’immancabile divieto della Superiorità.

  2. Tommaso scrive:

    Per chi fosse interessato la premiazione di apps4Italy si terrà il 19 maggio alle ore 9.30 a FORUM PA 2012 http://iniziative.forumpa.it/expo12/convegni/convegno-conclusivo-premiazione-di-apps4italy e in streaming su http://www.innovatv.it

  3. Roberto scrive:

    Ritengo che queste iniziative sono più che lodevoli e che c’è qualcuno che crede ancora che si possa e si debba cambiare con tutte le conseguenze che ciò comporta. Del resto tutti quelli che hanno combattuto nelle varie rivoluzioni, guerre civili, i padri del Risorgimento italiano, hanno incontrato tantissime e durissime difficoltà ed ostacoli, compresa la burocrazia del tempo. Mi fa piacere vedere che ci sono persone, cittadini che credono e vogliono il cambiamento, perché chi non cambia e si adegua ai tempi fa la fine dei dinosauri, cioè si estinguono. Stanno tentando di cambiare anche popoli che hanno culture diverse, molto più chiuse e con molto meno libertà vedi i movimenti della primavera Araba, la Siria, la Cecenia, e molti altri. Se lo fanno loro, non vedo nessuna ragione per la quale non dobbiamo farlo anche noi, per riprenderci il futuro che ci stanno sfilando e svendendo ai poteri forti. Abbiamo una grande responsabilità, vediamo di non delegare anche questa ai sistemi dei partiti che ci hanno portato a sperare che qualcosa cambi per non far cambiare nulla.

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