• Tiberio Roda

    C’è posto su una astronave? Vorrei partire anch’io!

  • http://www.affar.info affar.info

    mi spiace deludervi, ma, come ho scritto subito nella pagina Talk dell’articolo di Wikipedia dedicato a Planetary Resources nel capitolo Criticism (appositamente iniziato da me proprio per dire questo) “it’s just a foolish and incredibly expensive idea that won’t be economically viable for at least the next 100 years, probably it’s only the trailer for a new Cameron’s film” en.wikipedia.org/wiki/Talk:Planetary_Resources

    a parte i costi altissimi per portare qualsiasi cosa dalla Terra allo spazio e viceversa, la stupidità del’iniziativa si comprende da sola, infatti gli elementi rari sono molto costosi proprio perché rari, ma se dallo spazio si portano sulla Terra migliaia di tonnellate di oro, platino ed altri elementi (oggi) rari, il loro prezzo scenderebbe rapidamente fino a quello del rame o del ferro

    del resto anche il prezzo di molti elementi, minerali e materie prime, come petrolio e gas naturale, sarebbe molto più basso se ne estraessero di più, ma viene tenuto alto dai produttori e dalla speculazione finanziaria

    diciamo che, dopo Branson, Allen, Bezos, Musk ed altri billionaire$ che hanno investito nella new.space, quelli coinvolti in questa iniziativa cercavano una “passerella spaziale” per far parlare di loro, magari per raggranellare anche qualche altro miliardo di dollari di fondi governativi, e questa passerella l’hanno trovata con Planetary Resources … :)

  • http://www.hymntofuture.com Davide Costantini

    Mi sembra che sia stato confuso Eric Schmidt, con Sergey Brin. Il primo non ha fondato Google, è entrato nel marzo 2001 per poi diventare CEO nell’agosto dello stesso anno. E’ rimasto amministratore delegato fino ad Aprile 2011, quando è subentrato Page.

    • http://www.chefuturo.it/author/lorenzo-mannella/ Lorenzo

      Grazie per aver segnalato il refuso, Davide!

  • Andrea_B

    Sull’argomento è uscito un interessante articolo sull’economist questa settimana:
    http://www.economist.com/node/21554170