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Platino, startup & razzi: il futuro spaziale è arrivato

Economista e saggista. Mi sono occupata in modo approfondito dello studio dei sistemi finanziari ed economici attraverso cui il terrorismo gestisce le proprie reti organizzative in tutto il mondo. Nata e cresciuta a Roma, vivo da molti anni nel Regno Unito, a Londra.

Il futuro è arrivato. È nata a Seattle la prima startup spaziale, Planetary Resources il cui compito sarà la ricerca di risorse ancora sconosciute o che presto scarseggeranno a casa nostra. L’obiettivo è farlo sugli asteroidi che transitano vicino alla Terra: secondo le stime ce ne sono circa 1500 nei paraggi del nostro pianeta.

I soci fondatori sono personaggi che conosciamo bene: infatti, sono tutti imprenditori del futuro che hanno creato imprese di grande successo in settori che solo vent’anni fa non esistevano. Parliamo di Larry Page ed Eric Schmidt, rispettivamente padre fondatore ed ex CEO di Google, mentre il presidente è Chris Lewicki, ex scienziato della Nasa. Tra i consulenti c’è anche il regista James Cameron, appassionato di esplorazioni marine, ed Eric Anderson, fondatore di Space Adventure, un’impresa che ha già organizzato vacanze spaziali per turisti presso l’International Space Station per la modica somma di 50 milioni di dollari a testa.

I minatori dello spazio saranno robot che avranno il compito di atterrare sugli asteroidi, analizzarne la composizione per scoprire se ci sono metalli o altri materiali rari. A loro spetterà anche il compito di estrarli e portarli sulla Terra. Ma alla fine, la risorsa più preziosa che si pensa di poter trovare è l’acqua.

Tra i soci fondatori c’è anche Peter H. Diamandis, uno dei fondatori di X- Prize, una gara tra società private che si avventurano nello spazio. Diamandis sostiene che Planetary Resources lancerà entro due anni la sua prima nave spaziale e che entrerà in orbita a circa 1600 chilometri dalla terra. Si tratterà un lancio di prova che precede l’avventura spaziale vera a propria.

Lewicki, da parte sua, ha già sviluppato una serie di navi spaziali battezzate “Arkyd”. La prima andrà in orbita per individuare gli asteroidi e selezionare quelli più promettenti per la ricerca di materie prime. Una volta decisi gli obiettivi sciami di Arkyd, flotte di sei o otto navi spaziali, partiranno alla volta dello spazio remoto.

Al momento Planetary Resources, che ha già 20 impiegati nel suo organico, sta cercando investitori miliardari per finanziare la startup. Tra i potenziali soci c’è la crema dell’imprenditoria moderna: Richard Branson, fondatore di Virgin Group, Jeff Bezos a capo di Amazon, Paul Allen co-fondatore di Microsoft, che ha già investito diversi miliardi di dollari per lanciare voli spaziali commerciali.

Anche se negli Stati Uniti c’è molto scettiscismo riguardo all’iniziativa, tutti concordano che lo spazio possiede una ricchezza immensa e probabilmente cruciale per la sopravvivenza del nostro pianeta.

La Nasa ha prodotto una serie di studi a riguardo dove si legge che l’esplorazione spaziale potrebbe fornirci ferro e nickel necessari per la nostra industria e l’acqua che presto inizierà a scarseggiare. In particolare, le risorse idriche sono tra le più importanti nello spazio perché l’acqua può essere separata nelle due componenti idrogeno ed ossigeno e quindi aiutare a produrre aria respirabile e propellente per i missili.

Ed infatti il piano d’azione di Planetary Resources comprende un primo lancio su un asteroide per trovare l’acqua, stabilire una base di approvvigionamento e poi iniziare la ricerca di ferro ed altri minerali. La costruzione delle nuove basi spaziali dovrebbe ridurre i costi dell’esplorazione a lunga distanza ed “aprire una strada” attraverso il sistema solare per i minatori. I soci non negano che tra gli obiettivi ci sia anche quello di trovare metalli preziosi come il platino.

Planetary Resources fa parte di una nuova generazione di startup spaziali, tra cui SpaceX fondata da Elon Musk di PayPal che ha sviluppato un veicolo per mandare in orbita satelliti commerciali e che ha già firmato un contratto di cooperazione con la Nasa. C’è poi Virgin Galactic di Richard Branson che vuole organizzare viaggi commerciali spaziali. È chiaro che la Terra per questi imprenditori è ormai troppo piccola.

Londra, 9 maggio 2012
LORETTA NAPOLEONI

  • Tiberio Roda

    C’è posto su una astronave? Vorrei partire anch’io!

  • mi spiace deludervi, ma, come ho scritto subito nella pagina Talk dell’articolo di Wikipedia dedicato a Planetary Resources nel capitolo Criticism (appositamente iniziato da me proprio per dire questo) “it’s just a foolish and incredibly expensive idea that won’t be economically viable for at least the next 100 years, probably it’s only the trailer for a new Cameron’s film” en.wikipedia.org/wiki/Talk:Planetary_Resources

    a parte i costi altissimi per portare qualsiasi cosa dalla Terra allo spazio e viceversa, la stupidità del’iniziativa si comprende da sola, infatti gli elementi rari sono molto costosi proprio perché rari, ma se dallo spazio si portano sulla Terra migliaia di tonnellate di oro, platino ed altri elementi (oggi) rari, il loro prezzo scenderebbe rapidamente fino a quello del rame o del ferro

    del resto anche il prezzo di molti elementi, minerali e materie prime, come petrolio e gas naturale, sarebbe molto più basso se ne estraessero di più, ma viene tenuto alto dai produttori e dalla speculazione finanziaria

    diciamo che, dopo Branson, Allen, Bezos, Musk ed altri billionaire$ che hanno investito nella new.space, quelli coinvolti in questa iniziativa cercavano una “passerella spaziale” per far parlare di loro, magari per raggranellare anche qualche altro miliardo di dollari di fondi governativi, e questa passerella l’hanno trovata con Planetary Resources … 🙂

  • Mi sembra che sia stato confuso Eric Schmidt, con Sergey Brin. Il primo non ha fondato Google, è entrato nel marzo 2001 per poi diventare CEO nell’agosto dello stesso anno. E’ rimasto amministratore delegato fino ad Aprile 2011, quando è subentrato Page.

    • Grazie per aver segnalato il refuso, Davide!

  • Andrea_B

    Sull’argomento è uscito un interessante articolo sull’economist questa settimana:
    http://www.economist.com/node/21554170

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