“L’Open Government sarà il più importante contributo politico della nostra generazione”. Con queste parole di Tom Delsey ancora nelle orecchie, un mese fa ritornavo in Italia da Brasilia dove si era appena concluso il primo meeting annuale di Open Government Parnership (OGP), il progetto multilaterale dedicato ad affermare in tutto il mondo i principi e i valori del governo aperto.
A Brasilia erano presenti i rappresentanti di ben 55 Paesi. Non solo governi, ma anche organizzazioni della società civile che – senza gerarchie, ma nel rispetto dei reciproci ruoli – si sono confrontati su azioni fatte e da fare. Si sono dati appuntamento nel 2013 a Londra per monitorare i progressi fatti da ciascun governo lungo la strada della trasparenza, della lotta alla corruzione, della partecipazione civica e dell’innovazione del settore pubblico.
L’open government non rappresenta quindi solo un progetto che interessa 55 Ministri e rappresentanze diplomatiche: si tratta di un tema dal quale dipende il futuro di due miliardi di persone in tutto il mondo (tanti sono gli abitanti dei Paesi aderenti a OGP). Come ha detto il segretario di stato americano Hillary Clinton nella sessione di apertura, non ha ormai più senso distinguere tra paesi del Nord e paesi del Sud del mondo: la vera distinzione è tra paesi (governi) aperti e paesi (governi) chiusi.
Da Roma a Brasilia… e ritorno
Naturalmente non basta avere chiesto di aderire a OGP per potersi considerare un paese aperto. E l’esempio dell’Italia è particolarmente calzante. Il viaggio di ritorno dal Brasile è stato lungo e, per certi versi, traumatico. Non solo per via della perdita di una valigia (cose che capitano!) o per il fuso orario (smaltito in qualche giorno), quanto piuttosto per il ritorno ad una realtà, quella del Belpaese, in cui l’open government fatica ancora ad affermarsi. Non a parole: quelle si sprecano, spesso tra addetti ai lavori che, pur bravi, si autocompiacciono dei soliti esempi e casi di studio.
Ma le parole non bastano. E se, almeno sul fronte dell’open data qualcosa sembra muoversi (tra il portale www.dati.gov.it, le Regioni pioniere e i lavori della Cabina di Regia), dal punto di vista dell’open government c’è poco o nulla. Trasparenza, lotta alla corruzione, partecipazione dei cittadini alle decisioni pubbliche e innovazioni non rappresentano un tema di discussione dell’agenda politica.
Abbiamo sempre cose più importanti a cui pensare, noi. Gli altri, invece, hanno colto l’occasione di OGP per stimolare consultazioni partecipate su questi temi portandole nelle tribù africane o nelle piazze più sperdute dei paesi dell’Est europeo. Perché se c’è la crisi economica o nel tuo villaggio non arriva l’acqua corrente, la colpa – probabilmente – è di amministratori corrotti o poco efficienti. Il Primo Ministro della Georgia lo ha detto chiaramente: otto anni di politiche di trasparenza e lotta alla corruzione hanno fatto diventare la sua Nazione il settimo paese al mondo per attrazione degli investimenti dall’estero.
In Italia, invece, l’action plan presentato per l’adesione ad OGP è stato oggetto di una consultazione svolta solo online e a cui è stata data pochissima pubblicità. E poi? Nessun atto, neanche informale, in cui il governo dice cosa succederà dopo, se – e come – terrà in conto le diverse decine di osservazioni di esperti e semplici cittadini. Non è affatto un buon modo per incentivare la partecipazione in futuro.
Ma la colpa non è (solo) del Governo
E allora? Cosa si può fare adesso? La colpa non è, certamente, solo del governo. Ma anche della società civile. Nel corso degli ultimi anni, nel nostro paese sono nate diverse realtà che si sono occupate di open data e open government ma, finora, queste realtà hanno collaborato solo sporadicamente. A Brasilia, invece, ho visto esempi virtuosi in cui il coordinamento tra i diversi soggetti della società civile (e queste e i governi) è permanente. Le associazioni vengono consultate sistematicamente prima, durante e dopo l’attuazione delle politiche e partecipano al loro monitoraggio.
In alcuni casi si autofinanziano, in altri è direttamente il Governo che gli assegna spazi fisici e strutture. In Italia, questo lavoro di squadra è stato tentato solo per il contest Apps4Italy, il concorso italiano ad applicazioni e idee basate sugli open data che si chiude proprio oggi con la premiazione nel corso della giornata conclusiva di ForumPA. Ma da domani, cosa succede? Rimarrà un episodio isolato oppure si riuscirà ad utilizzare come laboratorio per future esperienze di coordinamento sempre maggiore?
Sia chiaro: non credo a meccanismi plebiscitari in cui tutti sono d’accordo con tutti. Sono però convinto che sia necessario confrontarsi e costruire qualcosa tutti insieme, prima e indipendentemente del giro di consultazioni di questo o quel governo. Si tratta di passare da una prima fase in cui ci si è dedicati solo alla diffusione della cultura del governo aperto, ad un momento in cui queste azioni devono essere affiancati da progetti concreti.
Bisogna dimostrare che fare sistema è possibile, superando orgogli di appartenenza e tentazioni di protagonismo: è auspicabile, infatti, che in questa battaglia per l’open government siano arruolati tutti (dalle associazioni tematiche, ai cittadini, ai funzionari pubblici) e che siano in grado di stimolare le scelte delle amministrazioni e di monitorarne l’efficacia. Solo così riusciremo a portare a casa un risultato e non fare di Apps4Italy l’ennesimo caso di studio che non riuscirà a diventare sistema. Perché, effettivamente, parafrasando de Maistre, ogni popolo (chiuso) ha il governo (chiuso) che si merita.
Roma, 19 maggio 2012
ERNESTO BELISARIO

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