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Perché le app dei quotidiani sono ancora tutte sbagliate

A volte dico che sono un finto giornalista. Una cosa è certa, il mio cuore resta sempre ad AgoraVox Italia, il progetto di giornalismo partecipativo di cui sono stato direttore. Da dicembre 2011 sono Digital Manager del Gruppo Editoriale Caltagirone. Nel 2010 ho collaborato a "Strozzateci Tutti", il libro/blog/manifesto contro le mafie che ci ha portati fino a Scampia.

Ventuno milioni di smartphone, un italiano su tre. 9,7 milioni di utenti che accedono alla rete tramite dispositivi mobili, un italiano su sei. In Italia la somma di tutti gli abitanti dei comuni capoluogo di regione, non raggiunge gli otto milioni di abitanti. Detto in altri termini, se mettessimo insieme tutti gli abitanti delle principali città italiane, non riusciremmo a toccare la soglia degli utenti connessi alla rete mobile. Un mercato vasto, rapido, nel quale l’acquisto d’impulso vince su quello ragionato – il “do” prevale sul “learn”.

Un mercato antitetico a quello dei quotidiani cartacei – in cui il “learn” prevale sul “do” . Sarà anche per questo che, a fronte di un numero elevato di device, la percentuale di abbonati alle versioni mobile dei giornali stenta a decollare (stime ufficiose parlano di meno di 70mila sottoscrizioni). Se consideriamo che il solo Corriere, su device tablet, ha 55mila abbonati a fronte di un milione e mezzo di tablet in Italia, appare evidente quanto il mercato delle news mobile non abbia ancora trovato una sua maturità.

Il dato diventa ancor più interessante se analizziamo le modalità di utilizzo degli smartphone. Mentre il picco di audience dei tablet si registra al mattino, tra le 6 e le 8, il mobile conosce le sue punte di traffico tra le 8 e le 9, tra le 13 e le 14 ed infine tra le 18 e le 19. È evidente che gli utenti navigano alla ricerca di notizie in situazioni di “mobilità”: mentre si dirigono sul posto di lavoro, in pausa pranzo o a fine giornata. Inoltre, mentre i siti di news nel week end conosco una flessione, le versioni mobile vedono un aumento degli utilizzatori – chi ha le dirette calcio delle partite sa che il dato è “gonfiato” anche dagli utenti alla ricerca dei risultati della propria squadra. Ci troviamo di fronte, quindi, ad un mezzo totalmente speculare al PC.

Mentre gli sviluppatori colgono le opportunità di questo mezzo, troppo spesso i quotidiani italiani cedono il passo. Se sfogliamo le app e le versioni mobile delle principali testate italiane, notiamo l’idea di un business basato su un minimo comune denominatore: fornire dei contenuti gratis affiancati a contenuti a pagamento – solo il gruppo RCS se ne discosta fornendo esclusivamente contenuti a pagamento. Per i giornali del Gruppo L’Espresso c’è un’ulteriore distinzione: sul sito mobile ritroviamo un mix di contenuti free e premium mentre sull’app per iOS le news sono tutte consultabili solo previo pagamento.

L’ultimo punto da segnalare è la scelta degli articoli premium. I contenuti a pagamento sono, di solito, quello che la redazione giudica come un soggetto “di qualità” proveniente dal giornale cartaceo prodotto dalle “firme” più celebri. Se riprendiamo il dato che vede il mobile utilizzato durante gli spostamenti, è evidente come questo non sia il device più adatto sul quale consultare l’informazione di approfondimento – quella “premium” – quanto piuttosto un mezzo che privilegia un concetto dell’up to date. Se il lettore è casa o al lavoro privilegerà sempre la lettura delle notizie su PC o tablet.

 Le applicazioni mobili, troppo spesso, sviliscono la forza del device trasformando le app e i mobile site in meri aggregatori di flussi RSS diversamente distribuiti.

Se poi cerchiamo di approfondire i contenuti di “qualità” spesso ritroviamo lunghi editoriali oggettivamente difficili da sfogliare su uno schermo da 3,5 pollici. Così, mentre milioni di italiani girano le città con le cuffiette dei propri cellulari nelle tasche e giocano ai “touch-games”, gli editori si ostinano a fornire un resize del sito Web. Le tab bar non offrono i servizi ricercati dall’utente ma solo categorie che rispecchiano quelle del giornale.

Un esempio di innovazioni di mercato apportate dallo sfruttamento delle tecnologie mobile – in campi diversi da quelli dell’editoria – viene dalla Corea del Sud dove la catena di supermercati Tesco ha realizzato il primo shop virtuale in metropolitana. Attraverso pannelli luminosi che riproducono in scala reale l’immagine di scaffali colmi di prodotti, gli utenti, tramite un’apposita app, scattano una foto sul codice a barre posizionato su ogni merce; il prodotto viene inserito nel proprio carrello, pagato tramite carta di credito ed infine il tutto viene recapitato a casa nell’arco della giornata.

Se, di contro, restiamo nel campo dell’editoria, occorre spostarsi nel Regno Unito. Il Sun ha integrato la carta con il mobile attraverso l’utilizzo dei QR Code. Ogni giorno sul quotidiano sono pubblicati articoli che sono “aumentati” aggiungendo contenuti ad hoc per gli smartphone. “Aumentare” i contenuti equivale a percorrere una strada verso l’attualizzazione degli stessi. Un corretto uso dei QR code consentirebbe un aggiornamento delle news pubblicate sul giornale cartaceo o il loro approfondimento multimediale. Ad una notizia battuta la sera sulla carta si potrebbe aggiungere il video accessibile da mobile o le ultime dichiarazioni annesse.

Un altro caso è quello dell’Economist che mira a raggiungere il pubblico delle “cuffiette” attraverso un app che consente di ascoltare – via voice reader – gli articoli. Così tra un pezzo di Dylan e uno dei Perfect Circle si può rimanere aggiornati mentre la metro conduce all’ufficio.

Un mobile site utile per l’utente dovrebbe coniugare queste tecnologie. Inoltre i giornali a forte connotazione territoriale potrebbero sfruttare al meglio la geolocalizzazione delle news e offrire, sulle proprie pagine, servizi ai cittadini e non limitarsi alla mera acquisizione di utenti tramite la forza del brand. Oggi, chi sfoglia l’app di un determinato quotidiano è colui che già si riconosce nel marchio. Mentre un mercato maturo e avanzato dovrebbe offrire app differenti che meglio si associano e veicolano le specificità delle testate.

L’idea di un paywall totale – come quello del Corriere – è antitetico a qualsivoglia logica di acquisizione di nuovi lettori. L’utente deve abbonarsi per leggere qualsiasi articolo anche se non conosce la qualità del prodotto nel suo complesso. In altri termini chi si abbona al Corriere Mobile è già un lettore del Corriere.

Sviluppare una app che coniughi servizi, innovazione e notizie è il compito degli editori del futuro. Per i giornali a forte radicamento locale, questo significa creare un prodotto cha accompagna il lettore lungo il tragitto da casa al lavoro e viceversa. Un prodotto su cui trovare le news sul traffico o sulla situazione dei trasporti: informare non è da sempre il compito primario della stampa?

Una app dovrebbe permettere all’utente, con un semplice clic, di accedere alle notizie geolocalizzate intorno a sé; l’app del quotidiano del futuro dovrebbe avere un voice reader che consenta l’ascolto delle news durante il viaggio verso l’ufficio ed infine offrire un tasto – sullo stile di Fuego – che mostri solo le notizie apparse in un determinato arco temporale.

Quest’ultima opzione va incontro alle esigenze degli utenti che utilizzano il mobile durante la pausa pranzo – secondo picco di audience della giornata – e che vogliono solo verificare se ci sono aggiornamenti. Un’applicazione che accompagna e informa, dovrebbe avere un’icona “servizi” che fornisca l’elenco dei teatri, farmacie, cinema, più vicini – elenchi che i giornali pubblicano già sulle proprie versioni cartacee.

Immaginate per un attimo un lettore che si sveglia al mattino, controlla il passaggio dell’autobus e mentre esce di casa con la tecnologia SIRI chiede di ascoltare l’ultimo articolo del suo giornalista preferito. Un’applicazione simile permetterebbe di bypassare l’acquisto del “brand”. Un acquisto che dovrebbe passare attraverso un paywall che consenta al lettore di usare i servizi dell’app o leggere gli articoli dieci-quindici volte prima di applicare una fee. Un acquisto che sia vincolato ad una concorrenza nel campo dell’innovazione e non alla divisione della fetta di lettori che trasmigrano dalla carta al digitale.

Grazie alle tecnologie mobili i giornali potrebbero riscoprire il proprio doppio ruolo di luogo di informazione e servizi al cittadino. Il nodo della trasformazione della stampa, passa attraverso la scissione delle anime che il giornale cartaceo univa. Al Web dovranno esser destinati i contenuti multimediali e “socializzabili”, al tablet l’approfondimento, al mobile l’up-to-date con notizie geolocalizzate – nonché fruibili in movimento. Solo cogliendo le opportunità delle singole piattaforme si potrà vincere la sfida dell’informazione del futuro.

Perugia, 25 aprile 2012
FRANCESCO PICCININI

  • http://www.dotcoma.it Massimo

    Complimenti: sono più le parole in inglese (o simil-inglese) o in italiano?

    Poi: perché i “contenuti multimediali” (era da un decennio che non leggevo questa espressione: immagino siano i video) sul pc e non in mobilità? Perché gli approfondimenti sui tablet? Misteri.

  • http://www.chefuturo.it/author/francesco-piccinini/ Francesco

    Chiedo venia per l’abuso d’inglese. Per quanto riguarda i contenuti multimediali lo dicevo perché in mobilità è complicato guardare con tranquillità un video, tant’è che sono in pochi a guardare i video da telefonino.

    • http://www.miorstudio.it Denis

      anche perchè la banda…3G, edge, uspa vanno veloci e sono stabili come mia nonna in carriola…come si dice dalle mie parti. :-)

  • Giovanni Caligo

    A proposito di RCS e della loro (stupida) politica, vorrei commentare il caso dei link da Twitter.
    A cosa serve mettere il link ad un articolo comparso sul sito del Corriere della Sera visto che, se stai seguendo Twitter da smartphone (come la maggior parte delle persone – mi sembra), quella informazione non è raggiungibile?
    Chi lo fa dovrebbe smettere perché indispone solamente chi cerca l’informazione.

    Che senso ha (RCS) lasciar accedere ai contenuti del sito se ti trovi di fronte ad un PC e pretendere invece un pagamento se hai in mano uno smartphone?
    A me sembra una politica demenziale.
    Può darsi che sia semplicemente un mio deficit di comprensione delle strategie…

    Ma anche Repubblica è su quella strada. Solo che viene lincata meno sui Twitter…

  • marco

    Visione tecnologica e parcellizata, che non considera il ruolo di tutti gli altri mezzi di comunicazione e, cosa più grave, gli aspetti economici sia legati ai costi che ai ricavi.
    Considerare paradigmatico per certi aspetti per i giornali italiani un mensile in lingua inglese è una forzatura di 3 ordini di grandezza. Tale è la differenza di target e di numero di pezzi pubblicati.
    Mancano metriche per gli aspetti che piacciono e ce ne sono di sbagliate a sostegno della propria tesi (qr code sono inutilizzati, i numeri sui tablet, gli orari di picco di utilizzo dei vari tipi di dispositivi).

  • http://www.affar.info affar.info

    perché i giornali e gli smartphone sono due cose diverse e quasi inconciliabili

    mettere un quotidiano in una piccola finestra da pochi pollici sarà sempre una forzatura

    è come vedere una grande stanza dal buco della serrratura

    poi un giorno arriverà la ePaper per realizzare quotidiani elettronici alla Minority Report e (forse) tutto cambierà (ma, temo, non le eBalle che scrivono i giornalisti)

  • http://www.chefuturo.it/author/francesco-piccinini/ Francesco

    @marco mi permetto di dire che i dati sono esatti. Poi sul paragone eng/ita ovviamente i due mercati sono differenti ma mi permetta di dire che un voice reader funzionerebbe anche sui giornali italiani

  • adriano

    Privilegio l’informazione sul web perchè posso privarla della coloritura dell’opinione.Per quanto autorevoli possono essere,non mi interessano le interpretazioni ma i contenuti della notizia.Sono stanco di avere l’impressione che altri pensino per me e si ritengano investiti della missione di tradurre gli avvenimenti per spiegarmeli.Ritengo di avere l’attrezzatura necessaria per farlo da solo.L’errore che anche in politica si fa è non rendersi conto dell’esigenza di partecipare in prima persona,non per delega.Gli aspetti tecnologici contano marginalmente.Apriamo le stanze dei giornali on line al contributo dei cittadini e forse coloro che sono disposti a pagare per farlo aumenteranno.

  • http://www.ibridodigitale.com Matteo Piselli

    Io ritengo che la fruizione dell’informazione divisa per media a seconda della tipologia sia molto sensata e proprio per questo motivo mi concentrerei sul lato economico. Ritengo una testata debba vendere in un solo colpo tutto il lavoro della propria redazione, indipendentemente dal mezzo utilizzato dal lettore per fruirne, così ad esempio potrei comprare il quotidiano cartaceo, che mi dia accesso a tutti i contenuti multimediali, magari sbloccandoli con un semplice codice stampato (QR, numerico,….), o viceversa acquistare la versione elettronica che mi dia diritto, qualora lo volessi, ad avere anche quella cartacea, oltre a quella web, a quella audio……

  • http://www.hymntofuture.com Davide Costantini

    Il futuro dell’editoria è un argomento molto interessante…

    Le strategie di Repubblica e Corriere sono così “poco aperte” alla nuova clientela per un motivo molto semplice: fra IVA del Lussemburgo (iTunes) e stecca di Apple (30%) il giornale di carta costa meno.

    Quindi i quotidiani vogliono evitare come l’inferno di acquisire nuovi clienti via iTunes. Il loro obiettivo è di darti pacchetti cartacei + mobile a prezzi competitivi, da acquistare fuori App così da non dover dare nulla alla casa di Cupertino.

    Allo stesso tempo questo consente una transizione graduale verso il futuro, di avere l’app e cominciare ad avere una clientela online senza sacrificare le revenues. Non è un granché, concordo, ma fin quando Edicola Italiana non si concretizza ha un senso. Non per il consumatore.

    Sulla questione App Mobile ci sarebbe tanto da dire. La leggibilità in genere non compete alla semplice navigazione + modalità Reader dell’iPhone, che formatta il testo bypassando il CSS del sito in una struttura molto più user friendly. Leggo tantissimi articoli con il mio device e con il bottone Reader me la cavo bene. La struttura dei siti di informazione mobile è immensamente più chiara (ordine verticale, sequenziale, suddivisione per categorie) delle pagine web complete. Saranno più brutte le prime, ma sono più utili. Un sito come quello del NYT crea una confusione pazzesca.

    Sul tablet si ha molta più margine di manovra sul come organizzare le informazioni.

    In ogni caso il layout di un quotidiano non può essere modificato troppo dalla copia cartacea altrimenti non è possibile far valere le copie mobile vendute per conseguire ricavi pubblicitari. Il business dell’informazione è una macchina complessa e riorganizzare un intero quotidiano in modalità tablet-friendly vuol dire che nessuna concessionaria riconoscerà la copia venduta. Lascio la parola a chi ne sa più di me, ma ho potuto partecipare ad un incontro con Quintarelli sull’argomento e la questione è chiara: la copia mobile deve essere uguale a quella cartacea altrimenti niente dindi.

    Per cui fra tante belle parole mi sembra che gli editori nostrani abbiano le mani legate. Con la pubblicità si fa poco, a vendere su iTunes perdi denaro e l’italiano concede un mercato potenziale di 180.000.000 di persone con quello inglese che è 10 volte tanto.

    Per quanto bravi possano essere i vari gruppi e nonostante tutti gli spunti proposti nell’articolo siano validissimi (sicuramente c’è bisogno di più modernità), credo che la dimensione complessiva dei ricavi della stampa italia sia destinata a diminuire fino a trovare un punto di equilibrio più in basso di quanto non sia adesso (e ora si va avanti a stagista… non dimentichiamo poi che più gli italiani diventano colti e più è facile rivolgersi all’estero come The Economist, NYT, WSJ e via dicendo). Vedremo cosa succederà poi, se i giornali verranno finanziati da sponsor (come chefuturo) e/o magari dai lettori stessi con una diffusione di modelli a donazioni. La sfida è interessante e sono proprio curioso di vedere come evolverà il mercato.

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