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Neelie Kroes: “Liberare e condividere i dati delle ricerche scientifiche”

CheFuturo! invita a bordo le persone che hanno grandi storie da raccontare. Qui trovate i contributi di uomini e donne che stanno cambiando il mondo con la forza delle idee.

Non c’è futuro senza scoperte scientifiche accessibili a tutti. Non lo pensiamo solo noi ma anche Neelie Kroes, vice presidente della Commissione Europea e responsabile per l’Agenda Digitale. Ecco perché vi proponiamo per intero la traduzione del suo discorso tenuto a Roma l’11 aprile 2012 in occasione dell’Opening Science Through e‑Infrastructures European Federation of Academies of Sciences and Humanities Annual Meeting – “Open infrastructures for Open Science”. Potete commentarlo anche sulla pagina di Comment Neelie.

Per alimentare il progresso della scienza dobbiamo essere aperti e pronti a condividere.

Lo scienziato inglese Isaac Newton una volta disse che, come molti altri grandi luminari del secolo, “se ho visto oltre è perché poggio sulle spalle di giganti”. Potrebbe suonare fin troppo modesto per un uomo a cui vengono attribuite idee così grandi, ma una cosa è certa. Aveva ragione.

Aveva ragione perché non avrebbe mai potuto raggiungere i risultati sorprendenti che gli sono riconosciuti se non avesse avuto accesso alle conoscenze e agli insegnamenti maturati dalla ricerca altrui. Ovvero i dati grezzi, le scoperte e le innovazioni tecniche realizzate da Brahe, Copernico e Keplero. Per non parlare di Galileo, che è entrato a pieno diritto nella vostra Accademia.

Il modello open e la condivisione non sono un’esclusiva della comunità scientifica. Il principio di rendere accessibili liberamente le ricerche sviluppate con fondi pubblici si applica anche ai dati raccolti dalle Pubbliche Amministrazioni. Il nostro pacchetto per gli open data, che ho lanciato lo scorso dicembre, dimostra che i benefici si estendono agli imprenditori di Internet, i comuni cittadini, i governi e molte altre realtà.

Senza dubbio, condividere i dati ed avere a disposizione i luoghi dove utilizzarli per costruire qualcosa sono pilastri essenziali della scienza. Sono il carburante che alimenta il progresso e le conquiste della scoperta scientifica. Ecco perché gli scienziati hanno ricercato a lungo nuovi strumenti e pratiche per condividere la propria conoscenza.

In prima battuta, hanno scelto di farlo attraverso le istituzioni. Le accademie e le società come la vostra sono luoghi cruciali per lo scambio di idee.

Subito dopo vengono le pubblicazioni scientifiche. Si tratta di uno strumento che ha adempiuto al proprio compito per secoli, unendo un’ampia diffusione alla garanzia di qualità durante tutta l’era pre-digitale.

E poi, come dimenticarlo, c’è lo strumento di condivisione per eccellenza: Internet.

Dobbiamo tenere bene a mente il fatto che il World Wide Web sia stato inventato dai fisici del CERN. E non ci deve meravigliare, perché il WWW è uno strumento che rende possibile la condivisione di una enorme quantità di dati. Così come facilita il loro studio e pubblicazione: insomma, sono tutti aspetti che catturano gli scienziati.

Solo ora iniziamo a renderci conto di quanto fondamentale sia la trasformazione della scienza aperta messa in atto dalle infrastrutture ICT. Stiamo vivendo nell’era dell’open science.

Prendete come esempio l’analisi di dati. Big data per essere precisi: ogni anno, la comunità scientifica produce una quantità di informazioni 20 volte superiore a quella raccolta nella biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Ma i big data hanno bisogno di grandi collaborazioni. Senza non sarebbe possibile raccogliere, combinare e ottenere risultati dai vari esperimenti condotti tra paesi e discipline diversi tra loro. Basta pensare al sequenziamento del genoma. I database open access come l’EMBL in Europa e GenBank negli Stati Uniti raddoppiano il proprio contenuto ogni 9 mesi. E sono già arrivati a ospitare più di 400 miliardi di basi di DNA. Questo tipo di progetti porta a risultati di gran lunga più efficienti, pratici e meritori rispetto a qualsiasi altra ricerca condotta con sistemi chiusi di analisi individuale. Inoltre, l’approccio open ha il merito di aver fondato una scienza completamente nuova come la systems biology.

Ecco il motivo per cui abbiamo investito in network della ricerca ad alta velocità come GÉANT. Oggi, GÉANT connette milioni di ricercatori, studiosi, insegnanti e studenti. Ecco perché vogliamo promuovere strutture ancora più avanzate e aperte per la collaborazione scientifica.

E non dobbiamo fermarci ai confini dell’Europa. Stiamo lavorando insieme a partner internazionali – sia del G8 che delle principali economie emergenti – per fare in modo che le risorse scientifiche globali possano operare tra loro ed essere aperte a nuove scoperte. Inoltre, stiamo lavorando con Stati Uniti, Canada e Australia per creare un meccanismo di coordinazione globale che permetta alle comunità scientifiche di definire il web of knowledge. Grazie a queste iniziative, possiamo connettere i ricercatori e i loro dati in qualsiasi angolo del pianeta e senza alcuna distinzione di disciplina.

Ma Open Science non significa soltanto liberare i dati. Significa anche condividere i risultati delle ricerche. In questo modo gli scienziati possono imparare l’uno dall’altro, con benefici tangibili per tutto il resto della società.

Il punto è che il cambio di paradigma innescato da Internet nella catena di produzione fa sì che la condivisione sia economicamente sostenibile. È un fatto che mi rende particolarmente entusiasta. Dopo tutti questi anni in molti adesso condividono il mio entusiasmo per l’open access alle pubblicazioni in peer-review. Questo è un approccio che dovrebbe valere per tutte le ricerche che sono finanziate, anche in parte, da fondi pubblici. In verità, la logica open votata alla condivisione vale per tutti i tipi di ricerca.

Pensiamoci: disponiamo già delle infrastrutture che permettono l’open access. Gli scienziati, gli enti finanziatori e i cittadini fanno già uso di migliaia di pubblicazioni raccolte in giro per il mondo in piattaforme digitali come OpenAIRE.

È un fatto importante, non solo perché aiuta la scienza ad avanzare nei suoi progressi ma anche perché il finanziatore numero uno sono loro: gli europei che pagano le tasse. E proprio a loro spettano le ricompense più grandi per aver fatto questo investimento.

Ecco perché la Commissione presto presenterà una Communication e una Recommendation mirate ad aprire la strada verso la realizzazione dell’open access per i risultati delle ricerche scientifiche. Sarà un testo che rifletterà le decisioni della Commissione in merito alla Innovation Union Flagship: punto fermo della sua politica consiste infatti nel rendere liberamente accessibili tutti i risultati degli studi di ricerca finanziati nel corso del programma Horizon 2020. Inoltre, potrà stabilire degli incentivi economici per spingere gli scienziati alla condivisione. Nel complesso, il testo definirà come il crescente accesso a dati e pubblicazioni generi grandi benefici e sancisca il successo della European Research Area.

Certo, riconosco che ci siano dei limiti al grado di apertura e che sussistano dei costi associati ad esso. Per esempio, i dati personali devono sempre essere protetti, tanto da prevedere situazioni particolari dettate da ragioni di sicurezza che ne limitino la distribuzione su vasta scala. Altre volte, sussistono invece degli interessi privati da difendere.

A mio parere, queste ipotesi sono l’eccezione, non la regola.

Ma in nessun caso dovremmo pensare che un modello vecchio di secoli possa ancora andare bene nell’era di Internet.

E, ancora, in nessun caso dovremmo tagliare la ricerca sul cancro con il vago pretesto di difendere gli interessi dei pazienti: possiamo benissimo andare avanti se assicuriamo loro che le informazioni raccolte sono anonime o aggregate in gruppi.

Neppure è il caso di pensare che l’accesso alle pubblicazioni scientifiche tramite abbonamento debbano essere le più diffuse in un’era in cui i costi di distribuzione rasentano lo zero.

Infine, non esistono ragioni per cui dovremmo impedire ai cittadini di avere accesso alle ricerche scientifiche che hanno finanziato con le loro tasse.

Senza collaborazione la scienza non va avanti. In più abbiamo a disposizione gli strumenti ICT capaci di rendere la collaborazione facile e sostenibile a livello economico. Con buone infrastrutture e il giusto approccio possiamo sancire l’inizio di una nuova era fatta di esperimenti e scoperte.

Qualunque sia il vostro posto nella catena di produzione, che siate scienziati, investitori o policy maker il mio messaggio è questo: investiamo negli strumenti collaborativi che ci permettono di realizzare il futuro. Abbattiamo le barriere che ci impediscono di imparare liberamente. E costruiamo una scienza open.

Roma, 12 aprile 2012
NEELIE KROES

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