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La Democrazia rinasce oggi in Brasile (l’Italia invece dorme)

Avvocato e geek. Grazie alla felice intuizione di uno dei miei Maestri, sono riuscito a fare delle mie due passioni una professione: mi occupo di diritto delle nuove tecnologie e di innovazione nella Pubblica Amministrazione, in particolare dei profili giuridici dell’e-gov e dell’open-gov. Ne parlo nelle aule delle Università e dei Tribunali e ne scrivo sulla carta e, soprattutto, sul Web. Anche qui.

“Cosa c’è di così importante in Brasile?” mi chiede un amico al quale ho appena comunicato che non possiamo incontrarci per un caffè perché sono a Brasilia. “Te lo scrivo in un post” gli rispondo, onde evitare di doverglielo spiegare con una telefonata intercontinentale. Adesso mi tocca mantenere la promessa.

Sono a Brasilia per seguire i lavori del più importante evento internazionale in materia di Open Government: il primo meeting annuale della Open Government Partnership (OGP), un progetto intergovernativo avviato nel settembre 2011.

Mi rendo conto che questa descrizione aiuti poco a capire di cosa si tratti e quanto possa essere importante questo appuntamento. In Italia di OGP hanno parlato alcuni addetti ai lavori e, nel disinteresse dei media, solo pochi sono consapevoli del fatto che sia un passaggio fondamentale per l’evoluzione delle moderne democrazie. In sostanza, è un evento che dovrebbe interessare tutti: persone, imprese e amministrazioni.

Ma andiamo con ordine. Il progetto dell’Open Government Partnership è stato promosso da otto Paesi che hanno deciso che le sfide con cui le democrazie devono confrontarsi non potevano essere vinte giocando ciascuno la propria partita.

Piuttosto, bisognava agire a livello globale mettendo in piedi una vera e propria alleanza contro corruzione, resistenza alla trasparenza e il superato – nonché paternalistico – modo di gestire l’amministrazione.

Infatti, anche se viviamo nel XXI secolo, la gran parte degli Stati è ancora organizzata secondo modelli tipici dell’era industriale. Allora, la società richiedeva strade, fognature, reti elettriche e ferrovie: di conseguenza, crebbero il settore pubblico e la relativa spesa e si resero necessarie un’organizzazione sempre più pesante, nuove strutture e procedure complesse. Queste procedure erano costruite attorno alla concezione paternalistica secondo cui solo i burocrati – scelti dal Sovrano – erano in grado di compiere le scelte adatte a perseguire il pubblico interesse. Nessun diritto per gli individui (sudditi) ma solo obblighi, come quello di pagare le tasse.

Con il passare degli anni e l’avvento della democrazia, non si è assistito a un’evoluzione dei modelli organizzativi di pari passo al mutamento delle esigenze della società e non è cambiato neppure il rapporto delle amministrazioni con gli individui, nel frattempo diventati cittadini. Gli enti hanno continuato a vederli con diffidenza (quasi come una controparte), tenendoli a distanza e limitando la loro possibilità di azione in recinti ben determinati, come il voto e la partecipazione ai procedimenti amministrativi che li riguardavano. E le cose non sono cambiate neppure quando, negli ultimi anni, i governi hanno introdotto l’uso dell’informatica e del web nei loro processi. Infatti, nonostante l’introduzione della tecnologia, hanno conservato i vecchi modelli organizzativi e schemi burocratici.

La crisi delle democrazie – e non servono certo riferimenti all’attualità italiana per spiegarlo – viene quindi da lontano e, negli ultimi anni, diversi Paesi hanno provato a combatterla attraverso l’Open Government. Si tratta di un termine con il quale si contraddistingue la dottrina secondo cui l’amministrazione deve essere trasparente a tutti i livelli e consentire un controllo continuo del proprio operato mediante l’uso delle nuove tecnologie. Non è un’idea nuova: parliamo di una amministrazione che intavola una costante discussione con i cittadini, in modo da sentire quello che hanno da dire, e che prende decisioni basate sulle loro necessità. Tutto questo, che era già auspicabile per un’amministrazione tradizionale (la prima teorizzazione risale al 1958), oggi diventa possibile grazie alle tecnologie e agli strumenti di partecipazione della rete.

Centralità del cittadino, partecipazione, accesso universale ai dati pubblici, uso del web (e in particolare dei dispositivi mobili) sono i tratti distintivi dell’Open Government. Si tratta di un’occasione storica per riprogettare i governi su diversi livelli:

  • cambio culturale, ponendo al centro il cittadino e non le procedure;
  • cambio dell’organizzazione, abbandonando il modello gerarchico – spesso non orientato all’efficienza – in cui il cittadino è trattato come un suddito e subisce passivamente le decisioni assunte dalle istituzioni;
  • cambio della forma di relazione con l’utenza, passando dalla logica dei certificati a quella della disintermediazione, dalle code alle comunicazioni online (e all’Open Data).

Non c’è da meravigliarsi che tra i Paesi promotori della OGP ci siano gli USA che sono stati i primi a tradurre in prassi amministrativa la dottrina dell’Open Government. La “Direttiva Obama” del dicembre 2009 è stata il primo Manifesto di un nuovo modello amministrativo improntato ai principi di trasparenza, partecipazione e collaborazione. Qualcuno potrà restare sorpreso nel leggere alcuni degli altri Paesi che hanno promosso OGP: Messico, Indonesia, Filippine e, appunto, Brasile.

 Si tratta del segno che, in questo momento storico, le tradizionali categorie e classificazioni vengono sconvolte e Paesi tradizionalmente evoluti come l’Italia, sono, dal punto di vista dell’innovazione, “in via di sviluppo“.

L’Open Government Partnership, i cui obiettivi sono sanciti in una solenne “dichiarazione di principi”, è ovviamente un progetto aperto al quale possono aderire tutti i Paesi che si impegnino a rispettare determinati requisiti, ad esempio, in materia di trasparenza. L’appuntamento di Brasilia è importante perché altri 46 Paesi (tra cui l’Italia) entreranno formalmente nella OGP. Lo faranno dopo aver presentato un proprio action plan: non una generica dichiarazione di intenti, ma un vero e proprio programma di azioni concrete da intraprendere, adottato all’esito di una consultazione pubblica.

In questi due giorni, quindi, si parlerà di esperienze virtuose in materia di dati aperti, stimolo alla partecipazione civica e di adeguamento dei modelli organizzativi delle amministrazioni. Per me sarà l’occasione di confrontare le diverse ricette che gli Stati presentano per risolvere i propri centenari problemi e migliorare la qualità della vita dei propri cittadini.

Dalla lettura dei diversi action plan è facile rilevare come non tutti i Paesi abbiano aderito con la stessa convinzione, probabilmente perché non hanno compreso la portata rivoluzionaria dell’Open Government. Sotto questo profilo, il caso dell’Italia purtroppo è esemplare.

La richiesta di adesione a OGP era stata inviata dall’ex Ministro Brunetta già nel settembre 2011, ma il percorso di definizione dell’action plan italiano è stato tutt’altro che semplice. La scarsa rilevanza del tema per l’esecutivo (nonostante l’avvio della Cabina di regia per l’agenda digitale) è dimostrata anche dal livello della rappresentanza italiana: il Brasile è rappresentato dal presidente Dilma Rousseff e gli USA dal Segretario di Stato Hillary Clinton, ma dall’Italia non è arrivato nessun Ministro o Sottosegretario.

Non è quindi un caso che il documento con cui il Belpaese si presenta a Brasilia si riveli deludente sia sotto il profilo del metodo (la consultazione pubblica è stata avviata solo quattro giorni fa) sia sotto quello del contenuto (mancano impegni concreti e, soprattutto, un vero e proprio progetto).

E non è solo un problema del Governo: giornali e TV non parlano di questo documento (né dell’evento di Brasilia) e pochi sono gli interessati a discutere dei contenuti del piano italiano, nonostante vi sia un importante movimento che da anni tenta di declinare tra mille difficoltà i principi dell’Open Gov. La colpa è forse del burocratese in cui è scritto il documento, oppure della scarsa capacità degli addetti ai lavori di parlare alla gente comune. Sotto questo punto di vista, l’appuntamento di Brasilia è importante:

  • perché, da oggi, il percorso dell’Italia verso l’Open Government sarà monitorato anche dagli altri Paesi dell’OGP a cui dovremo iniziare a rendere conto;
  • perché, anche grazie alla consultazione che si è aperta, questa discussione può iniziare ad uscire dalla ristretta cerchia degli “iniziati” ed arrivare a tutti, magari nei TG o sui giornali (il futuro della nostra democrazia è forse meno importante della riforma del mercato del lavoro?).

Naturalmente, ciascuno è chiamato a fare la propria parte: governo, associazioni e semplici cittadini. E anche il mio amico che – giunto al termine di questo post – spero non si sia pentito di avermi fatto quella semplice domanda.

Brasilia, 17 aprile 2012
ERNESTO BELISARIO

20 risposte a “La Democrazia rinasce oggi in Brasile (l’Italia invece dorme)”

  1. Giovanni Da Valle scrive:

    Mi piace. Condivido.

  2. claudio scrive:

    interessante, poco conosciuto, quindi lo condivido.
    grazie

  3. Purtroppo l’assenza del governo italiano non meraviglia, e la doppia consultazione aperta per Agenda Digitale (http://t.co/DRP3HQxM) e Open Goverment plan (http://bit.ly/ogpitaly) dimostra come la mano destra non sappia quel che fa la mano sinistra.

    Spiace che non siano a Brasilia gli amministratori locali delle numerose PA più illuminate, che in Italia sono stati i pionieri di open government e open data.

  4. Post molto interessante, l’e-gov ha prospettive importanti per la democrazia e la qualità del rapporto fra cittadini e istituzioni pubbliche.

  5. Matteo Piselli scrive:

    Basta provare a chiedere ad amici e conoscenti se conoscono Wikitalia, un progetto già partito e funzionante da un paio di mesi, ma a parte quelli del giro dei Makers, di Wired e in parte del Post, chi ne sa qualcosa?

  6. Marco Pisu scrive:

    Ci sono i francesi e i tedeschi? Cosa discono?

  7. adriano scrive:

    Il futuro della nostra democrazia,ammesso che ci sia,è più importante.L’argomento trattato mi sorprende per il contenuto e perchè nessuno ne parla.Per noi,che dobbiamo trovare un nuovo inizio,potrebbe rivelarsi un’occasione.Per la dichiarazione di intenti suggerirei la modifica dell’articolo 1 della carta.”La sovranità appartiene al popolo.”Punto .E da lì continuare ponendo la necessità del parere vincolante dei cittadini come elemento consultivo indispensabile per le decisioni controverse.

  8. affar.info scrive:

    noi italiani (nel senso degli abitanti di un territorio da 150 anni chiamato Italia) ne abbiamo fatte di cose negli ultimi 3000 anni, considerando che dormiamo, siamo stupidi, incapaci, corrotti, mafiosi, ignoranti, maleducati, sempre al 78° posto in tutte le classifiche dopo la Tanzania e la Somalia, ecc.

    pensate cosa avremmo fatto se fossimo stati svegli … 🙂

  9. Giovanni scrive:

    Molto interessante davvero.
    Penso a quanto importante sarebbe introdurre nelle scuole superiori questi argomenti.

  10. Daniele scrive:

    Articolo molto interessante. Sto seguendo l’argomento open data da qualche tempo. Non mi ero reso conto fino in fondo dell’attenzione data a questi dati soprattutto all’estero. Grazie Ernesto.

  11. Giuseppe Marinelli scrive:

    Che bel post!! Nel mio piccolo mi impegno a diffondere i concetti di opengov e wikicrazia in questa mini campagna elettorale per le elezioni amministrative nella mia città…questi post mi danno ancor più carica e convinzione!!

    Grazie!!

  12. paolini gianfranco scrive:

    Molto interessante e amaramente condivido le opinioni di chi mi ha preceduto. Questa classe politica in toto non potrà produrre
    niente di cosi altamente valido veline donnine e scandali stanno travolgendo il nostro bel paese forse alla fine di questa spirale potrà
    inserirsi un movimento illuminante che definirà obbiettivi e cose concrete da realizzare in tempi drammaticamente brevi.

  13. Angela Pensword scrive:

    Articolo interessante. La troppa distanza che c’è tra politica e cittadini è probabilmente un rusultato di una mancanza di Open Governement. Una buona pianificazione della politica e dello Stato in procedure ed istituzioni è necessaria, ed ancora prima è necessaria la loro buona gestione, unitamente alla partecipazione ed al controllo, ed all’ascolto dei cittadini. Forse è quello di cui si inizia a parlare adesso in Italia, di trasparenza e controllo di bilancio dei partiti, a causa sopratutto degli scandali e degli sprechi e della crisi che ha scoperchiato problematiche nascoste sulle quali il cittadino non è più disposto a passarci sopra. Concordo con Einstein sul fatto del lato positivo della crisi. Purtroppo l’uomo mogliora solo quando è strettamente necessario. Mentalità politiche ed economiche dovranno cambiare. Ma oltre a questo se ci sarà l’impostazione che prevede l’Open Governement potrebbe esere un fatto certamente positivo. E’ un argomento che vorrei approfondire.

  14. Denis scrive:

    nel torbido pescano tutti, non serve qualità, è per quello che lasciano le cose come stanno…
    ma prima o poi si arriva all’open-gov, è l’unica strada possibile, già adesso si fanno molte cose via web (parlo da architetto) e molti dati sono pubblici

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