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Cosa fa un information designer? Cambia il mondo, goccia dopo goccia

Information Designer nominata Young Global Leader 2012 dal World Economic Forum per la passione nel disseminare il concetto di acqua virtuale. Dopo la laurea in Ingegneria al Politecnico di Milano ho frequentato un Master in Disegno Industriale. Nel 2005 mi sono trasferita a Londra e ho completato un Master in Communication Design alla Central St Martins specializzandomi in Information Design. Il mio quartier generale è Oslo dove collaboro con il Knowledge Centre per migliorare la comunicazione di informazione scientifica a dottori e pazienti. Sono Associate Lecturer alla Central St Martins di Londra. Adoro insegnare.

I cambiamenti non avvengono in un giorno. Sono un processo lento fatto di migliaia di singole azioni, di energie, menti, anime. Connetterle può essere a volte di vitale importanza per trasformare un potenziale in realtà. Mi auguro di riuscire in questa impresa. Questo rispondevo la mattina del 12 Febbraio, dopo aver ricevuto una lunga email che mi comunicava la nomina di Young Global Leader 2012.

Ero sorpresa ed incredula, e riuscivo solo a pensare ‘Perché io?’.

Percorrere a ritroso i miei ultimi 12 anni non mi ha aiutato a trovare una risposta chiara ma a capire meglio il potenziale di quello che possiamo innescare con energia, passione, entusiasmo. Non ho mai creduto troppo nei titoli e nelle nomine da appendere al muro perché possono valere duro lavoro, ma anche mediocrità e menzogna. Credo però moltissimo nelle azioni, nella dedizione, nel rispetto, nello scambio di idee, nella collaborazione, perché è lì che gettiamo le basi del cambiamento, veloce o lento che sia.

Nel 2000 mi laureavo in ingegneria, scoprivo di non voler fare l’ingegnere da grande e decidevo di iscrivermi ad un master in Disegno Industriale. E di fronte ai commenti di chi obiettava che gettare via una laurea in Ingegneria era stupido ed oltraggioso, io rispondevo che rinunciare ad una passione in nome di un titolo, comunque non mi avrebbe portato molto lontano. Le storie che viviamo non sono pezzi di carta, non possono finire in un cestino, cambiamo la trama dei nostri pensieri, del nostro modo di interpretare il mondo e rapportarci ad esso. Nulla è perso. E’ la logica della consuetudine che tarpa le ali dell’innovazione.

Rompere la consuetudine rende spesso vulnerabili, ma la vulnerabilità è la culla dell’innovazione, del cambiamento, della creatività.

Nel 2006, quella vulnerabilità mi ha portato a Londra per frequentare un master biennale in Communication Design alla Central St Martins con l’obiettivo di specializzarmi in Information Design. Percorso difficile, livello di preparazione richiesto altissimo, ma un capitolo meraviglioso e necessario per acquisire gli strumenti che mi avrebbero permesso di diventare un Information Designer, di scoprire che la matematica era un’alleata e l’ingegneria una solida base su cui poggiare lo studio e la comunicazione di dati complessi.

Richard Saul Wurman – fondatore di TED che per primo, trent’anni fa, usò l’espressione information architecture – definisce Information Design come la progettazione della comprensione. Secondo Nathan Shedroff, pioniere dell’Experience Design, la comprensione dovrebbe essere intesa come un processo di trasformazione dei dati in saggezza. E’ una definizione astratta che diventa chiara non appena si percorrono tutte le tappe di questo continuum.

I dati, materiale grezzo da cui partiamo per costruire ogni forma di comunicazione, sono il risultato di un processo di scoperta, ricerca e studio ed acquistano un valore informativo se vengono organizzati e presentati al fine di comunicare un messaggio preciso al nostro target audience. Definire quel messaggio richiede una profonda analisi e conoscenza dei contenuti.

All’inizio è come camminare in un labirinto senza avere una idea chiara sulla trama che stiamo esplorando ma, nel momento in cui si comincia a lavorare sui dati e ci si addentra nella ricerca, è come se qualcuno ci trascinasse verso l’alto permettendoci di vedere la struttura del labirinto, di capire le connessioni necessarie ad individuare l’uscita. E’ allora che identifichiamo il messaggio che vale la pena comunicare, è allora che possiamo sperimentare diversi modi di organizzare i dati al fine di comunicare quel messaggio.

I dati, organizzati al fine di presentare quel messaggio, sono informazione.

Essa diventa conoscenza nella mente di chi la riceve quando è vissuta attraverso esperienze e storie, animate da una narrativa e da dettagli. Le storie sono ciò che rende l’informazione memorabile. La conoscenza diventa saggezza quando si interiorizza l’informazione a tal punto che possiamo scoprire significati e strutture che nessuno ci ha insegnato, mediante un percorso di introspezione e riflessione.

Progettare questo continuum non è cosa semplice, richiede passione e dialogo. Non è un esercizio di pura forma, ma di organizzazione del contenuto, e quando questo contenuto si chiama ‘acqua virtuale’ la faccenda diventa alquanto complessa!

Un progetto di un anno completato come tesi di master è diventato una sorta di missione, convinta che quello che io avevo scoperto dovesse entrare nella vita di tutti. Il continuo dialogo con gli scienziati del Water Footprint Network e con il professor Tony Allan (guardate questo video per conoscerlo) mi ha reso consapevole del ruolo potente che un designer può avere nella comunicazione di ciò che altrimenti rimarrebbe nascosto in report scientifici. Quando le soluzioni sono nella vita quotidiana di ogni singolo individuo è bene comunicare la scienza, perché la comprensione precede l’azione ed il cambiamento. Ascoltare chi i dati li produce è di vitale importanza per ogni singola scelta di design, anche la più piccola. E’ un lavoro di dedizione e pazienza nella ricerca del giusto equilibrio tra immagini e parole.

Ho navigato nel mio labirinto per circa cinque mesi, nei quali ho cercato di capire la crisi dell’acqua, la necessità di proteggerla e i modi in cui la usiamo.

Al termine di questo lungo percorso ho scoperto una cosa incredibile. Era Ottobre 2007, studiavo il World Water Development Report pubblicato dalle Nazioni Unite, e a pagina 392 leggevo:

Il commercio internazionale di prodotti significa vasti flussi di acqua virtuale che si spostano su distanze immense, dove l’acqua virtuale si intende come il volume di acqua necessario a produrre quei prodotti.

Mi ritrovai in un territorio dove si tentava di quantificare l’acqua, ma quella invisibile, quella usata per realizzare tutto ciò che mangiamo, compriamo, vendiamo, indossiamo, ogni giorno. Di lì a poco avrei capito che quella quantità è astronomica. Nel 2007, quando il Water Footprint Network muoveva i suoi primi passi, di questi dati si sapeva poco o nulla. Il messaggio era chiaro e le mappe finali dovevano comunicarlo con chiarezza: il 92% per cento dell’acqua che usiamo è nascosto nel cibo che produciamo, mangiamo e…sprechiamo.

Individuare il giusto modo di organizzare i dati mi ha aiutato a tradurli in informazione, uscendo dal mio labirinto. L’impresa di creare un libro che contenesse tutto quello che avevo studiato sin dall’inizio della mia ricerca è stata una impresa che il professor Tony Allan definì ‘folle’, ma che mi è servita a capire fin dove ci riusciamo a spingere quando siamo animati da passione ed amore per il contenuto.

Ho imparato che la bellezza, se conseguenza della chiarezza, può generare stupore ed interesse. Ho imparato che la verità non è mai intrappolata in una sola immagine, ma è il risultato di modi diversi di comunicare lo stesso messaggio. La verità è piena di sfumature che non possono essere catturate in una sola prospettiva.

Ho imparato che i numeri possono essere macigni pesanti carichi di incertezza, e, da designer, abbiamo la responsabilità morale di comunicarla.

Alla domanda ‘perché io’ non ho ancora trovato una risposta precisa. Non conosco tutte le ragioni di quella nomina, ma sento la responsabilità e l’opportunità di continuare a percorrere, con la stessa passione, la strada che sto percorrendo. Sento forte il ruolo sociale della mia professione e sento di dover condividere quello che ho imparato, perché la condivisione può essere il motore di nuove storie vicine o lontane, combattute per cause nobili.

Angela Morelli

26 risposte a “Cosa fa un information designer? Cambia il mondo, goccia dopo goccia”

  1. Ilaria scrive:

    Decisamente il più bell’articolo della prima settimana di chefuturo! Complimenti!

  2. Angela Morelli Angela Morelli scrive:

    grazie Ilaria! sempre bello condividere!!! more to come!!!!

  3. Brava Angela, prima o poi riusciremo a fare insieme qualcosa qui a Milano…è una promessa! 😉

  4. Andrea Laureti scrive:

    È un argomento che mi interessa tantissimo. information design, data journalism, data visualization sono argomenti sconosciuti in Italia e sono quasi inesistenti libri al riguardo (in italiano).
    Ti ringrazio per l’articolo!

  5. I dati ci sommergono, le informazioni spesso non informano. Grazie ad Angela e al suo lavoro ho capito e apprezzato il valore della comunicazione, l’attenzione per il dettaglio e ho imparato a ‘vedere’ ció che per tanto tempo é stato nascosto dentro intricati database. Dopo aver collaborato con Angela in un paio d’occasioni potrei provare a suggerire io una risposta possibile a quella fatidica domanda ‘perché io?’

    Quando il talento incontra la passione anche le sfide più ‘folli’ diventano possibili.

  6. Angela perché in futuro non ci spieghi bene quello che fai. Come lavora un Information Designer? Qual’è la sua giornata tipo?

    Che strumenti informatici usa?

    Qualche esempio del tuo lavoro magari. Sono molto curioso 😉

    • Angela Morelli scrive:

      Ciao Davide! L’information design è una disciplina vastissima e gli information designer possono lavorare su contenuti talmente diversi che la loro storia, i loro strumenti, le loro giornate tipo sono difficili da descrivere in maniera universale. Credo che ci sono, potenzialmente, dei forti punti in comune nel ‘design process’ scandito dalle tappe che ho descritto.
      1-produzione, ricerca, analisi dei dati, fasi legate all’immersione nel contenuto
      2- identificazione del messaggio, organizzazione e presentazione dell’informazione attraverso story-telling, ‘esperienze’ statiche o dinamiche.
      Di solito nella prima fase la presenza di esperti nel contenuto può essere di vitale importanza.
      Nella seconda fase si può lavorare individualmente o collaborare con altri designer a seconda del prodotto finale cui si aspira.
      Io non sono una programmatice ad esempio, e per realizzare un progetto interattivo mi potrei avvalere di chi ha quelle conoscenze.
      In futuro amplierò sicuramente questo spazio perchè la cosa più interessante in questa piattaforma è generare commenti e condividere esperienze.
      Grazie!

  7. Gabriele scrive:

    Non ho parole!:)
    un articolo stupendo..
    concordo con Davide: è servito a risvegliare la consapevolezza del nostro lavoro.

    • Angela Morelli scrive:

      Gabriele, nel corso degli ultimi anni mi sono resa conto che questa consapevolezza appartiene a molti ma spesso non viene condivisa, rimane in silenzio da qualche parte nel nostro cervello, anima, cuore. Nei prossimi mesi potremmo usare chefuturo per alimentare il dialogo ed uscire dal silenzio.

      • Gabriele scrive:

        Sono completamente d’accordo. Come nel nostro lavoro, trovo fondamentale organizzare e visualizzare la complessità dei nostri pensieri per crescere come persone e come professionisti.

  8. Daniele Galiffa scrive:

    Grande Angela!

    Ottimi spunti per iniziare a fornire a molti un contributo concreto sul ruolo etico dell’Information Designer.

    La cosa veramente interessante è l’accoppiata con gli OpenData e i processi partecipativi che permettono di raccontare storie e punti di vista davvero più ricchi di contributi.

    A presto,
    d.

    • Angela Morelli scrive:

      Daniele, grazie! Di sicuro l’Open Data è una manifestazione forte della democratizzazione di dati che possono nascondere storie e messaggi importanti. Progettare l’informazione è un mezzo per rendere visibili quelle storie e quei messaggi, e questo compito può avere una grande responsabilità sociale! Sarà bello condividere idee ed esperienze! 🙂

  9. Vittorio Morelli scrive:

    Bravissima sorellina!!!

  10. Complimenti Angela! Davvero un bellissimo articolo, chiaro ed entusiasmante.

  11. Paxcultura scrive:

    Carissima Angela, ti abbiamo vista ieri sera per la 7d. Una bellissima spiegazione chiara e scientifica sul vero problema dell’acqua di cui eravamo all’oscuro, nonostante il nostro interesse. Hai trovato l’anello mancante per la comprensione dell’essenza del consumismo,della distruzione dell’ambiente,dei disastri ecologici,della fame nel mondo,e della dittatura-distruzione delle multinazionali. Per questo ti ringraziamo come associazione e vorremo metterci in contatto con te al più presto per varie iniziative.   GRAZIE                                                                                   Ass. Pax Cultura – Italia

  12. Areinaudo scrive:

    complimenti!

  13. fabio scrive:

    grazie alla 7 ho conosciuto una bellissima espressione del pensiero! mai avrei pensato che insieme ad una bistecca viaggiasse anche un’autocisterna: motivo in più per una scelta vegetariana.
    young global leader è un riconoscimento più che meritato.

  14. Luca Niola scrive:

    Angela complimenti vivissimi per quel che fai e per la passione che ci metti.

  15. Alesatoredivirgole scrive:

    complimenti davvero … da un semplice Alesatoredivirgole, un technicai writer aspirante technical communicator ( http://www.alesatoredivirgole.wordpress.com ) diviso tra tecnica, scrittura, design, un po’ di creatività e storie per bambini ospedalizzati : http://www.storietestacoda.it 🙂

  16. Patrick scrive:

    Davvero interessante. Io sono studente in scienze della comunicazione e spero vorrei specializzarmi in esperienze design per la magistrale. Grazie Angela.

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