• http://www.jacopobertolotti.com Jacopo Bertolotti

    Senza offesa ma ho l’impressione che l’autore di questo post abbia una visione un po’ naive e romantica di come funziona la ricerca scientifica.
    Creare riviste dove gli articoli siano di libero accesso non solo è possibile ed auspicabile ma ci sono già diversi esempi più o meno funzionanti (oltre il celeberrimo PLoS anche Physical Review X ed altre ci stanno provando). Fin qui nulla da obbiettare.
    Mi lascia invece molto più perplesso l’idea che si possa fare senza peer review. Se è vero che un numero microscopico di ricerche ottengono una visibilità tale da produrre una “review” rapida ed affidabile da parte di una larga fetta di pubblico, il 99,99% della ricerca non gode di questa fortuna. La stragrande maggioranza degli articoli infatti vengono letti solo dagli specialisti del settore e il motivo è che solo gli specialisti sono seriamente in grado di capirli e giudicarli. E non parlo solo di cose oscure ed esoteriche. Anche i lavori da premio Nobel non ricevono abbastanza attenzione medietica da potersi affi8dare al crowd-sourcing per la peer review.
    E d’altra parte, ce ne è veramente bisogno? Gli scienziati di tutto il mondo fanno da revisori degli articoli in modo gratuito e volontario. Il costo per una rivista di avere 3 tre revisori specializzati nel settore per ciascun articolo è esattamente zero. Perché cambiare un sistema che funziona con uno che (in tutta evidenza) funziona solo una volta su un milione?

  • adriano

    A me l’idea non dispiace e ne intravedo risvolti interessanti.Il contributo di una vasta platea può essere importante e imprevedibile.Non è necessario cambiare il sistema ma tentare di aggiungerne un altro.La selezione dirà se funziona o lo boccerà in caso contrario.