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Che fa un cuoco senza ristorante? La pop economy!

Economista e saggista. Mi sono occupata in modo approfondito dello studio dei sistemi finanziari ed economici attraverso cui il terrorismo gestisce le proprie reti organizzative in tutto il mondo. Nata e cresciuta a Roma, vivo da molti anni nel Regno Unito, a Londra.

Di fronte alla crisi economica i giovani si arrangiano ed inventano nuove strategie per realizzare i propri sogni. Molti aspiranti cuochi che non trovano lavoro sono diventati chef-ambulanti. Dalle cene segrete nelle panetterie all’Ape gourmet parcheggiata all’ora di pranzo nei distretti finanziari, a partire dal 2007 – anno in cui in occidente è iniziata la recessione – l’industria culinaria si è letteralmente rivoluzionata.

Il concetto di base è entrare nel settore alimentare, che oggi fattura soltanto negli Stati Uniti 372 miliardi di dollari l’anno, senza dover investire il mezzo milione di dollari necessario ad aprire un ristorante o un negozio. Oggi non è affatto facile per i giovani aspiranti cuochi trovare tutti questi soldi.

Pionieri del cibo ambulante sono stati gli anglosassoni: i primi cuochi senza ristorante provengono proprio dai paesi da dove è partita la recessione. Nel 2007, in California sono nati i pulmini culinari, ristrutturati a partire dalle vecchie ape che offrivano ai surfisti alimenti e bevande energetiche. Grazie anche alle roulotte attrezzate con i forni a legna che ogni giorno preparano pizze sul lungomare di Venice Beach, la moda del buon cibo ambulante ha preso piede in tutti gli Stati Uniti, al punto che a Wall Street all’ora di pranzo le file più lunghe sono ormai ai chioschi dei cuochi di strada. Quelli che vendono dal sushi agli hamburger vegetariani gourmet.

Londra ha invece ospitato le prime cene degli chef senza ristorante, ispirati ed incoraggiati dai grandi cuochi inglesi come Jamie Oliver; ma anche a Hong Kong si sono sperimentati piatti e menu nuovi nei negozi di amici e conoscenti dopo la chiusura.

 Da anni, dunque, lungo i marciapiedi delle nostre città e dietro le saracinesche del mondo commerciale prende forma un’industria del cibo parallela a quella tradizionale e spesso per accedervi bisogna passare attraverso la rete.

Le cene ambulanti, meglio note come pop-up dinners, sono eventi estemporanei pubblicizzati sul web, a volte con un preavviso di appena una manciata d’ore. I clienti, come i cuochi e tutto il personale che vi partecipa, fanno parte di quella generazione di giovani esclusa dal sistema di produzione tradizionale: precari, studenti, sotto-occupati e disoccupati.

Giovani, ed ormai anche meno giovani, che attraverso l’economia partecipativa – quella che ruota intorno al concetto di condivisione – riescono a soddisfare bisogni ormai fuori della propria portata. Chi è precario e guadagna 800 euro al mese non può certo permettersi una cena gourmet al ristorante. L’utilizzo durante le ore di chiusura di locali adibiti ad altre funzioni per mettere su un ristorante ambulante fa dunque parte del movimento della pop-economy, l’economia partecipativa.

 Le pop-up dinners hanno riscosso un grande successo perché attirano quella clientela giovane che pur non avendo grosse disponibilità di denaro ha tanta voglia di vivere.

Il costo medio è di 15-20 euro a testa: una cifra sostenibile per tutti visto che, da parte loro, i cuochi non devono far fronte a grosse spese fisse e non ci sono sprechi. Prima di cucinare gli chef sanno già quanti coperti devono servire e spesso grazie agli ordini in rete anche cosa vuole mangiare la clientela. Le opzioni in ogni caso sono spesso limitate alla versione vegetariana del menu fisso.

Ma non bisogna dimenticare che, come tutto ciò che ruota intorno alla pop-economy, anche le cene ambulanti sono una nuova moda. Nell’estate del 2010 a Vancouver l’hotel Opus decise di aprire un ristorante ambulante mentre rinnovava quello tradizionale francese. Nacque così Cento Giorni con un menu mediterraneo adattato alle esigenze urbane. Il cuoco, che era anche un artista, ricoprì l’interno e l’esterno del locale con graffiti che cambiava quasi con la stessa frequenza con cui metteva insieme un nuovo menu. Nel giro di poco Cento Giorni divenne il ristorante più popolare della città al punto che gli incassi del vecchio bistrot francese quadruplicarono.

Ormai i cuochi senza ristorante sono di moda e ricercati anche da chi frequenta solo ristoranti costosi. Negli Stati Uniti perfino i grandi chef si improvvisano cuochi ambulanti. L’industria del cibo su strada sta letteralmente esplodendo al punto che alcuni grossi hotel newyorchesi offrono room–service ambulanti utilizzando i menu delle pop-up dinners nel loro quartiere. La recessione, dunque, una cosa buona sembra averla fatta: ha allargato il nostro orizzonte culinario!

Loretta Napoleoni

  • http://Www.iomangiogofri.it Erica

    Io mangio gofri fa i gofri ambulanti da un pò, il lampredottore a Firenze, l’ape dei tramezzini a Milano, l’ape della pasta anche…. la cultura del cibo di qualità di strada esiste in Italia… Con tutti i limiti sanitari burocratici che esistono nel nostro paese… I carretti americani forse qui non si vedranno mai… Però siamo attrezzati con cultura culinaria e rispetto del cliente! Bel pezzo!

  • Pingback: L’epoca dei cuochi senza ristorante | Nuovi Riferimenti

  • http://www.nuoviriferimenti.it Maurizio

    Effettivamente mi piacerebbe saperne qualcosa di più su come poter rispettare anche le norme igieniche e burocratiche in Italia (soprattutto) ma anche all’estero. Però mi piace sottolineare come sia molto importante “muoversi” e darsi da fare invece di aspettare che qualcuno ci bussi alla porta per offrirci un lavoro ed è proprio quello che fanno gli chef-ambulanti (ho fatto un post a riguardo commentando questo articolo 😉

    Grazie per l’ottimo spunto!

  • http://twitter.com/alwonttell Alberto

    C’e’ anche il social eating che sta prendendo piede, e in Italia ci sono diverse iniziative come Disharing, Home Food e NewGusto

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