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Spaghetti open data: la vera storia di una rivoluzione chiamata democrazia

Economista, apprendista scienziato delle reti, runner. Mi occupo di economia creativa e digitale, con un forte interesse per le politiche di sviluppo. Collaboro con il Consiglio d'Europa e l'European Center for Living Technology. Sono stato musicista rock con i Modena City Ramblers e i Fiamma Fumana, ma sto cercando di smettere.

Raw data now! In un appassionato intervento a TED 2009, l’inventore del World Wide Web Tim Berners-Lee aveva incoraggiato tutti noi a pretendere il rilascio dei dati che le amministrazioni pubbliche raccolgono per svolgere le loro funzioni. Il ragionamento è semplice: seminascosti nei sistemi informativi dei governi vi sono enormi basi dati sull’ambiente, sulla salute, sulle opere pubbliche, sull’ubicazione degli esercizi commerciali e dei musei. Se venissero rilasciate, i cittadini potrebbero usarle per migliorare il controllo democratico sull’operato dei governanti, o per creare nuovi servizi online. Siccome quei dati sono nostri e li abbiamo già pagati, non c’è davvero ragione per non metterli in circolazione.

Sir Tim stava esprimendo la posizione di un manipolo di appassionati, il movimento per gli open data. Il primo obiettivo di queste persone è stato sviluppare gli strumenti informatici necessari per gestire in sicurezza una politica di dati aperti. Per essere davvero riutilizzabili, i dati devono essere rilasciati in formato grezzo e con licenze molto permissive, in modo che li si possa scaricare e combinare magari con dati di altre fonti per produrre informazione più complessa. Un esempio classico: la concentrazione degli agenti inquinanti nell’atmosfera rilevata dalle centraline apposita può venire combinata con un database geografico come Openstreetmap per produrre una mappa della qualità dell’aria. Questa, a sua volta può essere sovrapposta a una mappa delle piste ciclabili per permettere ai ciclisti di scegliere un itinerario non troppo velenoso.

Nonostante una direttiva europea del 2003 che incoraggia il riutilizzo dell’informazione prodotta dal settore pubblico, all’inizio del 2009 i dati rilasciati in formato aperto in Europa erano davvero pochi; i pochi aggregatori esistenti (soprattutto il meta-database CKAN della Open Knowledge Foundation) erano mantenuti dalla società civile. Le istituzioni erano assenti dal quadro. Alla fine del 2011 la situazione è completamente cambiata. Molti paesi hanno lanciato portali nazionali (solo in Europa: Austria, Belgio, Estonia, Francia, Italia, Moldavia, Norvegia, Olanda, Spagna, Regno Unito), e le iniziative a livello regionale, locale o di singola istituzione sono innumerevoli, davvero troppe per darne conto. Anche l’Unione Europea spinge il tema con convinzione: è una vera primavera dei dati aperti.

Cosa è successo in questi tre anni? Cose diverse in paesi diversi. Le strade percorse, dal mio punto di osservazione, sono state due.

Una è la strada “top-down” di un leader lungimirante che il proprio potere e prestigio per spingere l’amministrazione lungo un cammino che essa non sente come prioritario. L’esempio più chiaro in questo senso è quello del presidente americano Barack Obama, che ha firmato un memorandum per un governo aperto e trasparente, open data compresi, tre ore dopo essersi insediato nell’ufficio ovale. Il messaggio alla macchina federale americana era chiarissimo: da oggi si fa così perché lo ha deciso il presidente. Adeguatevi. In Europa, soluzioni top-down sono state adottate da paesi come il Regno Unito, il primo paese europeo a muoversi sulla scia dei cugini americani, la Francia, l’Estonia. In questi paesi è lo stato centrale a indicare la strada, lanciando iniziative open data tecnicamente avanzate e ben finanziate.

La seconda strada verso gli open data è quella bottom-up di una società civile appassionata al tema e tecnicamente preparata che convince i decisori pubblici che i dati aperti sono una buona cosa. L’Italia è l’esempio più chiaro di questa seconda strategia, ma vi sono segnali che cose simili accadano altrove, per esempio in Spagna e in Polonia. In questi paesi le iniziative open data partono non dallo stato centrale, ma dalla periferia; amministrazioni regionali o cittadine che, si alleano con esponenti della società civile per esplorare lo spazio dei dati aperti. Solo in seguito, visti i buoni risultati politici incassati dagli innovatori e il pressing della società civile in rete, il governo centrale si lascia convincere a investire.

La cosa straordinaria di questo secondo scenario è che una persona normale come me o voi, che non rappresenta nessuno, non ha potere e nemmeno competenze tecniche, è in grado di fare una piccola differenza individuale rispetto all’avanzamento delle politiche pubbliche di dati aperti. Il mio (modesto) impegno nel movimento italiano per gli open data mi ha dato la grandissima soddisfazione di farmi sentire partecipe alle scelte di governo del mio paese, e ha contribuito non poco al mio senso di cittadinanza.

Mi sono avvicinato al movimento open data nel settembre del 2010. Passavo da Roma, e ho deciso di impulso di organizzare un aperitivo a cui invitare alcuni amici che non si conoscevano tra loro e che, secondo me, avrebbero trovato interessante frequentarsi un po’. Circa metà erano funzionari pubblici che stimo: competenti, onestissimi, idealisti. L’altra metà era costituita da bloggers, hackers civici, smanettoni di varia estrazione. I due gruppi si sono piaciuti: abbiamo finito per passare diverse ore al Mokarabia di Piazza Fiume, e qualcuno del gruppo degli hackers ha osservato che non si riusciva a capire per quale motivo i dati pubblici non fossero aperti sempre e comunque. Ci sono già, si tratta solo di metterli su un web server, no? In realtà, no: i civil servants hanno cominciato a spiegare i vincoli a queste iniziative che le regole interne di funzionamento di un’amministrazione. Però hanno fatto diversi esempi di basi dati già scaricabili, alcune di grande pregio: alcuni pezzi di stato stavano già facendo open data, ma senza saperlo. Il potenziale per una collaborazione era evidente.

Il giorno dopo ho creato una mailing list e invitato i partecipanti all’aperitivo del Mokarabia e alcuni altri: questa discussione era troppo interessante per non proseguirla. La mailing list esiste ancora: si chiama Spaghetti Open Data, ed è uno dei luoghi di discussione più vivaci del movimento italiano per i dati aperti. A oggi conta duecento iscritti, circa quattrocento discussioni e migliaia di messaggi postati. Vi vige un clima collaborativo: la narrativa non è mai “società civile sana contro governo inefficiente e corrotto” ma “civil servants onesti e motivati insieme alla società civile per liberare i dati”. Dalla mailing list sono partite alcune iniziative importanti (il portale “fai da te” di Spaghetti Open Data, lanciato a novembre 2010 nell’attesa di dati.gov.it; l’operazione OpenSpending Italy, in collaborazione con Open Knowledge Foundation e il Datablog del Guardian); oggi l’uso prevalente è quello di condividere informazioni e competenze.

Come si fa a rilasciare in formato aperto i dati grezzi di una ricerca sociologica? Ho bisogno di dati aperti sugli abbandoni scolastici per tipo di scuola, dove li trovo? Avete visto il nuovo portale dell’amministrazione X, come si potrebbe migliorare? Collaborativo, però, non vuol dire servile, anzi. Se le istituzioni si fermano, la società civile va avanti da sola: scrive scrapers, programmi per scaricare i dati non accessibili in formato aperto dai web server pubblici; o crea propri servizi, come il portale di Spaghetti, il cui senso era “il governo non lo fa? Lo facciamo noi”. Se il tema vi interessa, anche se non ne sapete niente, andate alla pagina web della mailing list richiedete un’iscrizione e cominciate a fare domande: vi assicuro che sarete accolti benissimo.

Non voglio esagerare il ruolo della società civile nel cammino italiano verso gli open data. Il ruolo di decisori politici coraggiosi va riconosciuto e onorato. Eppure è un fatto che, nei primi diciotto mesi di vita di Spaghetti Open Data, il panorama italiano sia cambiato tanto: abbiamo un portale nazionale, tre quattro portali regionali (Piemonte, Veneto (grazie a Gigi Cogo per avere corretto la dimenticanza!), Emilia Romagna, Lombardia), vari progetti di leggi regionali anche molto avanzate (quella della Basilicata, per esempio), innumerevoli progetti di amministrazioni provinciali e cittadine. ISTAT ha investito molto, proponendo il proprio data warehouse come infrastruttura nazionale open data e lanciando l’idea di una scuola di data based journalism. Il governo sta lanciando segnali convincenti di interesse, per cui ci aspettiamo un’accelelerazione nei prossimi mesi.

L’Unione Europea ha adottato una strategia di apertura radicale dei propri dati, e incoraggia gli stati membri a fare lo stesso. Sono convinto che, almeno in Italia, questo non sarebbe stato possibile senza il serbatoio di competenze della società civile. Seguendo le conversazioni su Spaghetti Open Data è chiaro che gli attivisti svolgono un ruolo essenziale, fornendo a politici e funzionari curiosi argomenti e casi di successo per convincere le loro istituzioni a liberare i dati.

Mi chiedo se, nel suo piccolo, il movimento open data non possa essere un modello. Conversazioni rispettose e rigorose tra società civile e istituzioni su come rendere il modo in cui ci governiamo più efficiente e trasparente: non è questo che dovrebbe essere la democrazia?

Roma, 28 marzo 2012
ALBERTO COTTICA

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