• Daniele

    Approvo in pieno, questo sarebbe un grosso passo avanti.
    Il web 2.0 potrebbe essere utile anche per aiutare chi ha avuto un’idea ma non è un tecnico o è semplicemente un hobbista per avere un contributo da un professionista.
    Collaborare è sempre positivo!

  • http://www.novaetech.com Gianluca Ferrini

    Un’idea simile mi frullava in mente già da un po’, sarei felice se si potesse realmente realizzare. Esistono piccolissime imprese, come la Novaetech srl di Napoli, di cui sono amministratore, che hanno grandissime difficoltà a individuare un circuito di piccoli makers per i prodotti innovativi che sviluppa e i cui prototipi fatti in casa vorrebbe far diventare dei prodotti veri e propri. Si tenga presente che al sud la situazione è ancora meno semplice, in quanto è estremamente difficile individuare anche la persona che conosce bene la realtà produttiva regionale in grado di indicarti l’uno o l’altro maker adatto alle esigenze, quando questo esista! Per cui ben venga un social network di piccoli maker!

  • http://www.netd.it/sviluppo/ Fabio Buda (Netdesign)

    Social Network delle aziende europee? suona bene….
    Massimo, quando iniziamo?

  • http://alberto.cottica.net Alberto Cottica

    Massimo, l’idea di una politica industriale per un’economia manifatturiera makers (o si dirà maker, al singolare?) mi affascina tantissimo. Proprio parlando con Dale e Chris Anderson a Roma mi sono fatto l’idea che l’Europa, o l’Italia, potrebbe giocarsi una politica di attrazione degli investimenti e dei talenti per il mondo makers a tutto campo. Un pezzo fondamentale di questa politica – lo dicono un po’ tutti – è una politica di diritti di proprietà intellettuale “soft” che metta le imprese makers al riparo dalle cause legali pretestuose per violazione di brevetto, fatte, quasi tutte, dai famosi e improduttivi patent trolls. La tua idea di usare la rete per rendere più visibili e ricercabili i subfornitori potrebbe essserne un altro.

    La visione che ho in testa è una via di mezzo tra gli USA e la Cina. Invee di abbracciare il modello americano grande impresa integrata-grande laboratorio R&D-legislazione stringente sui brevetti-grandi avvocati che fanno causa a tutto ciò che si muove (che tanto non ci viene bene); invece di quello cinese (grandissima impresa-copia a man bassa-manodopera a buonissimo mercato) potremmo adottarne uno nostro fatto di piccola impresa specializzata-competenza tecnica diffusa-innovazione “incrementale”-legislazione leggera su brevetti e copyright, accento su creatività diffusa invece che sui marchi corporate-prodotti semibespoke.

    Certo, è un tiro lungo, ma veramente molto lungo. :-)

    • Roberto Panizza

      Bravi. Meglio del ministero dell’industria. E’ la prima volta che sento fare proposte così basiche, concrete e realmente utili. Mettiamoci anche una legislazione che consenta a queste aziende di nascere e crescere, con una vera e propria deregulation burocratica!

    • http://www.katep.it Caterina Porcellini

      Ciao Alberto, proprio il giorno del World Wide Rome ci siamo trovati a confrontarci su modelli produttivi economici per l’Italia.
      Mi permetto quindi di aggiungere che la visione che tu hai in mente non è soltanto futuribile, ma è una realtà storica: è la gloriosa storia del design industriale (quindi furniture e product, in primis) italiano… Storia recente, dato che alcuni di questi designer e i loro artigianti protipisti sono ancora viventi, per quanto dimenticati.
      Forse il problema non è solo inventarci un nuovo schema, ma anche re-inventarci a partire dalla riscoperta del nostro stesso approccio culturale alla produzione, che per errore non abbiamo mai valorizzato e anzi abbiamo man mano distrutto concentrandoci sul mito della grande industria.
      Il fatto è che in Italia la competenza tecnica diffusa è stata svilita, non ha più dignità; penso già al mio caso, di persona che realizza prodotti tutt’altro che tecnici, eppure vede ogni giorno sempre meno considerata dagli altri l’esperienza tecnica alla base del proprio lavoro, dalla conoscenza della lingua italiana a quella del funzionamento dei media su cui opera.
      Eppure, a trent’anni ringrazio ancora di aver frequentato un liceo artistico, con il programma di matematica degli istituti scientifici e altrettante ore di svariati laboratori…

  • http://www.thin-gk.com Stefano

    Con Edoardo ci collaboro, e confermo che è uno spettacolo chiedergli qualsiasi cosa e vederlo, un secondo dopo, prendere l’iphone e scorrere la rubrica in cerca della persona giusta.
    Io ci sto, l’idea dell’Alibaba italiano mi frulla in testa da un po’, dammi un contatto e parliamone. Anzi, non parliamone, facciamolo e basta ;)

  • http://it.emcelettronica.com EmanueleEMC

    Salve Massimo,
    di questa stessa idea ne stavo discutendo giusto un paio settimane fa con alcuni produttori di pcb italiani. Molti sono in crisi perche, pur puntando sulla qualità, non riescono a sopravvivere all’offerta cinese.

    Quello che proponevo a queste aziende è di realizzare una piattaforma comune sulla quale ci siano le schede delle aziende con in fondo i commenti di chi ha usufruito dei loro servizi.
    Una sorta di TripAdvisor per le aziende di circuiti stampati. Ma si può tranquillamente estendere anche a tutto il settore dell’elettronica in Italia (e poi semmai anche in Europa).

    Se vuoi possiamo approfondire :)

  • Stefano

    Massimo,
    stiamo lavorando a un progetto che prevede la creazione di un sito web molto simile a quanto descritto nel suo articolo. Mi piacerebbe condividere con te la nostra idea per raccogliere un pò di sano feedback.
    Grazie

  • stefano

    grazie mr Arduino, è bella quest’idea ed è bello creare qualcosa anche in europa; alibaba è proprio come lo descrivi tu!! inoltre facci sapere anche noi il numero di Edoardo!!! ahah

  • http://www.hymntofuture.com Davide Costantini

    La proposta è più che sensata. Gli industriali devono muoversi perché è nel loro interesse creare una piattaforma che possa aiutare ad internazionalizzare i prodotti.

    Comunque mi viene difficile pensare che qualche progetto simile, magari caduto in fallimento per una pessima realizzazione, non sia mai stato portato avanti.

  • http://www.gymmit.com Davide Senatore

    Ciao Massimo, bella idea. Io sto lavorando da un pò su un social network per lo sport ed i centri sportivi, che ha come fine il far praticare sport alle persone e far conoscere i centri sportivi. Si tratta di gymmit.com. Anche se può sembrare che non abbia nulla in comune con la tua idea di “makers social network”, la tecnologia ce l’ho già tutta (feedback, aziende, professionisti, applicazioni mobile etc etc) per cui se ti interessa dare un’occhiata ad una piattaforma già pronta, vai su gymmit.com. Ciao!

  • http://www.rolandforum.com Giovanni Re

    Che la piattaforma sia da fare sembra che non ci siano dubbi. Appare inoltre che ognuno di noi, nel nostro piccolo, stava facendo qualcosa di questo tipo. Noi, per esempio, stiamo costruendo il portale farestampare.it che raccoglie tutti gli artigiani tecnologici d’Italia con le loro competenze. Quello che serve, come dica Alberto, è un megaportalone con tutte le competenze, dal PCB al produttore di silicone alimentare a colui che realizza le fibbie delle scarpe da tip-tap.
    Facciamolo.

  • http://www.chefuturo.it/author/massimo-banzi/ Massimo Banzi

    L’articolo è un po’ superficiale perchè non volevo tediare il lettori con un sacco di dettagli tecnici.
    Il modello che certi propongono è basato sull’idea che “basta mandare un file in cina” in realtà non basta mandare un file…
    Bisogna sapere quale file mandare, come deve essere fatto, a chi lo devi mandare e assicurarsi che ti arrivi quello che ti aspetti. E’ capitato a molti che, nonostante le specifiche iper dettagliate, il cinese mandasse quello che gli pare. Il passo successivo è come creare dei flussi di lavoro tra i vari fornitori

    Il concept che ho in mente è più complesso di un semplice social network, è una piattaforma di lavoro per supportare un’economia Maker. Se uno ci si mette diventa un progetto complesso con molte ramificazioni:
    1. Capire cosa mi serve per fare X (Tutorial, Corsi, Formazione non convenzionale)
    2. Trovare strutture di supporto (Basta con gli incubatori vecchio stampo ma spazi che combinano maker space, fablab e co-working)
    3. Trovare chi fa cosa (trovare le aziende che fanno una certa lavorazione, capire come fare a chiedere a queste aziende il lavoro, assicurarsi che tutto sia fatto come vogliamo, creare occasioni per visitare fisicamente le aziende etc)
    4. Trovare persone (magari con sistemi simili a e-lance)
    5. Ceare flussi di lavoro che connettano le varie lavorazioni e permettano di mettere in piedi dei meccanismi per creare delle “fabbriche virtuali” assemblando il lavoro di più aziende.
    6. Capire come fare a vendere in giro x il mondo i prodotti (capire le normative, le certificazioni, brevetti etc)
    (avrei altri 4 punti ma mi fermo qui)

    Questo richiederebbe di formare un team che comprenda anche le aziende (o associazioni di categoria) più qualche università per analizzare i processi produttivi.

    L’open source hardware ha dimostrato che se metti a disposizione di tutti delle tecnologie che sono lontane dal cutting-edge ma spiegate in maniera umana quello fa da “concime” per le idee bizzarre che la gente ha in testa e li spinge a creare. Spesso il processo si inceppa al prototipo perchè le persone o non sanno come procedere oppure sono terrorizzate dalla complessità e dall’instabilità dello scenario normativo in Italia.

    Se l’Italia vuole rilazarsi deve diventare competitiva nel mondo. Il giorno in cui un tizio che sta progettando un’azienda in europa inserisce l’Italia nell’elenco dei paesi possibili dove installarsi quello sarà una vittoria.
    Al momento mancano riforme serie che non vengano annaquate dai soliti personaggi della vecchia politica che ancora si aggirano come zombi nei palazzi….

    • http://www.netd.it/sviluppo/ Fabio Buda (Netdesign)

      Ora che hai aggiunto dettagli, la tua idea è ancora più interessante.

      A quanto ho capito, ciò che hai in mente è uno strumento complesso, utile ad offrire risorse di ogni genere (tecniche/conoscitive, “forza lavoro”, fornitori) ai “Maker” (con il quale non intendo solo gli hobbisti ma anche le piccole/medie imprese).

      I punti più interessanti del tuo commento sembrano essere il n .3, 4 e 5 che, messi insieme, ricordano vagamente il funzionamento di github.

      Sono pienamente d’accordo quando dichiari la “necessità di creare un Team”, chiarire le idee e pianificare i processi che stanno dietro alla progettazione-prototipazione-produzione sono punti chiave in un progetto di tale complessità.

      Non è che ti va di realizzarlo per davvero?!

    • http://www.moltosenso.com Marco Urso (moltosenso)

      Ciao Massimo,
      ho letto con interesse quanto scrivi e ho due considerazioni su una tematica, di per sé, molto complessa e articolata.

      La prima riguarda il fatto che il passaggio da un’autoproduzione casalinga di un’idea (quand’anche geniale) alla sua produzione industriale (sistematica) non passa solo dal “costruire” una buona filiera, sistematizzarne i flussi di lavoro, deregolamentando la burocrazia per l’accesso alla (e la condivisione della) conoscenza. Questo aiuta, ma solo l’intenzionalità imprenditoriale del maker fa la differenza nel successo dell’iniziativa.

      La seconda considerazione parte da alcuni studi che abbiamo fatto internamente a moltosenso sulle Smart Factories. La tua visione risulta completa se dà risposta ad alcuni punti critici e non eliminabili che il concetto di real-time e di dematerializzazione della filiera si porta con sé: gestione delle problematiche sull’approvvigionamento scorte, sul time-shift, monitoraggio della produzione e dei carichi di lavoro, capacità di sostenere volumi di produzione variabili e conseguente rilavorazione (flessibilità del soggetto erogante), sostenibilità economica dell’inserimento dell’azienda in questa filiera dematerializzata e così via.

      La tua idea è in sé molto interessante: per realizzarla concretamente occorre lavorare ad un modello di business che dia profondità e sostenibilità. A disposizione.

  • http://www.visionee.com Mauro Fantin

    Tutto fantastico, condivisibile ed entusiasmante. Rimane un solo enorme problema: con un livello di tassazione così alto non c’è competitività. E questo ci ha impoverito, fatto morire aziende e tolto risorse. In Italia e in Europa, ad esempio, nessuno, tranne un’azienda a cinque volte il prezzo cinese, riesce a produrre il pcb del “pc in a usb pendrive” che hai visto a roma. senza una revisione del fisco e una conseguente drastica riduzione della spesa pubblica non andiamo da nessuna parte. Voglio anch’io il sogno!

  • Gianmarco Zaccaria

    Ciao Massimo,
    vorrei renderti partecipe del nostro progetto Bottega21:
    bottega perchè se vogliamo è stata il Fablab tutto italiano che contribuì a quel fiorire di arte e scienza che fu il Rinascimento e che per secoli ha contribuito a mantenere alto il nome dei “makers” italiani.
    21 perchè è questo il secolo in cui ci troviamo con le sue necessità, le sue possibilità, le sue sfide.

    Il nostro Stiamo collaborando con Sociologia a Padova e a settembre saremo con un Active Workshop alla Terza Conferenza Internazionale sulla Decrescita di Venezia 2012. Ti lascio il link al nostro manifesto ancora molto molto in draft, spero però chiaro a capire come la pensiamo e che piani abbiamo.
    http://isees.wordpress.com/2012/03/31/bottega21/

    un futuro maker, è un futuro sostenibile.

    un abbraccio,

    Gianmarco

  • http://www.plugandwear.com Riccardo Marchesi

    Caro Massimo, il tuo progetto è molto bello e sicuramente ci farebbe piacere farne parte. Non dimentichiamoci però che in generale le piccole aziende italiane sono sottocapitalizzate. Volendo ricercare nuovi modelli si dovrebbe anche trovare un alternativa al sistema creditizio italiano che non finanzia la crescita delle aziende, o se lo fa lo fa a condizioni estremamente svantaggiose per le aziende e per i loro soci. Vanno trovati nuovi meccanismi affinché le aziende meritevoli possano attingere a capitali senza ricorrere alle banche e gli investitori siano garantiti contro i rischi, magari suddividendo i capitali investiti tra più realtà economiche. Forse Alberto Cottica potrebbe dire la sua a riguardo?

  • http://www.infoservi.it Alberto D’Ottavi

    Bellissima proposta, Massimo. Aggiungo un’info, solo per dare una spinta in più ai legislatori / gestori della cosa pubblica: una rete del genere, in effetti, già esiste. E’ una rete di imprese europea a cui si può accedere tramite le Camere di Commercio, che collega quelle italiane alle equivalenti europee. Un’azienda può in effetti proporre e cercare partnership. Solo che… non è in Rete. Qualcuno sa qualcosa di più? Io l’ho scoperto per caso, e non mi è stato possibile approfondire. Le aziende strutturate, nei business tradizionali, magari sanno come funziona una Camera di Commercio e come usarne i servizi, e quindi forse – forse – sono a conoscenza anche di una realtà del genere. Ma come al solito la burocrazia oscura anche le migliori idee. E soprattutto, paradossalmente, mette barriere all’accesso, contro la sua stessa missione. Tra i tanti punti delle varie agende, probabilmente è necessario anche quello di svecchiare e riformare gli enti territoriali che esistono ma oggi non riescono a fornire un supporto adeguato alle esigenze dei tempi: bisogna essere veloci, aperti, in Rete.